- Festa di Santa Gemma a Loreto
- 19 maggio Giulianova – INCONTRO del CONSIGLIO ESECUTIVO A.G.C. con i COORDINATORI, VICE COORDINATORI, SEGRETARI e ASSISTENTI SPIRITUALI
- 30 maggio Milano – Benedetto XVI incontra le famiglie
- Collage del Ventennale M.L.P.
- Giornata di Consacrazioni a Fossacesia
- Gli A.G.C. sul sito della Diocesi di Fermo
Interventi
Padre Alberto
Carissimi Amici Aggregati, vi avevo promesso una nuova organizzazione del... [vai alla discussione]
Padre Alberto
Carissimi, ricordo che mercoledì prossimo, 16 maggio, è la festa... [vai alla discussione]
Piera
Carissimi responsabili di fraternità, assistenti e responsabile naz. Amici aggregati, Avrete... [vai alla discussione]
FORMAZIONE 2011
- CALENDARIO AMICI DI GESU’ CROCIFISSO 2012
- CALENDARIO CONSACRAZIONI SOLENNI 2012
- FESTE PASSIONISTE
- FORMAZIONE 2012: ” La spiritualità passionista “
- INCONTRI DI FRATERNITA’
- MEDITAZIONI MENSILI
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É difficile compendiare in una pagina la caratteristica della santità di un colosso, come san Paolo della Croce. che ha fatto della “passione di Gesù” il centro della sua spiritualità, del suo apostolato, della sua vita. La sua immagine più significativa lo mostra in estasi, abbracciato al Crocifisso, che con un braccio staccato dalla croce, lo stringe al petto. Non è una immaginazione del pittore, ma un fatto della sua vita.
San Paolo della Croce non è stato solo un grande devoto della passione di Gesù, ma un vero mistico della passione, un santo che ha rivissuto nella mente, nel cuore e nel corpo tutto il mistero della passione del Signore. Passava ore ed ore nel contemplare l’Amore Crocifisso, che gli impresse nel cuore tutti gli strumenti della Passione e trasformò il suo cuore in una fornace di amore, tanto da bruciare gli indumenti intimi sulla parte del cuore. Dopo la sua more si notò che le costole sopra il cuore erano inarcate.
Paolo fonda la Famiglia Passionista perché i suoi membri fossero memoria vivente dell’amore di Dio manifestato nella passione di Gesù. Fu profondamente scosso dal costatare che gli uomini vivono dimentichi di quanto Dio ha fatto per loro e per questo cadono nel peccato e rompono la comunione con Dio e tra loro. Egli vuole scuotere il torpore dei cristiani, svegliarli dal sonno di morte, ricordando a tutti la passione di Gesù, la più grande e stupenda opera del divino amore.
Nel ritiro dei 40 giorni a Castellazzo riceve l’intelligenza infusa della passione di Gesù: l’amore infinito di Dio che tanto ha amato l’uomo, da donare il suo Figlio, che accetta di “donarsi”ai peccatori. Da questa esperienza Paolo sente Gesù come mistico “sposo” che gli dona la conoscenza e l’esperienza delle sue pene, e gliele imprime nel cuore, per cui Gesù diventa “l’Amore Crocifisso”. Nell’ultimo giorno del ritiro riceve il dono di una unione mistica con Gesù tanto profonda da sentire in sé tutti i dolori e l’amore di Gesù.
Il principe dei desolati
Dopo alcuni anni vissuti da lui in questa grande intimità con Gesù, Dio lo avvia a un cammino di quasi 40 anni di desolazione tanto profonda che uno studioso di mistica lo ha definito “il principe dei grandi desolati”. Gli studiosi di mistica vedono in questa desolazione una partecipazione profonda alla vita e passione di Gesù per la salvezza delle anime. É una sofferenza salvifica, unita alla passione di Gesù. Un grande studioso, Garrigou-Lagrange, ha visto in questa sofferenza di Paolo una sofferenza riparatrice, l’apostolato della sofferenza spirituale in un grado eccezionale.
Il “carismatico della Croce” approfittava di ogni occasione per incoraggiare gli uomini alla meditazione della passione di Gesù. Egli vede in essa la via più eccellente per giungere alla santità. Cosi scrive a un discepolo: “Sopra tutto prego il dolce Gesù che imprima nel suo cuore la continua, tenera e devota memoria della sua Passione, che è il mezzo più efficace per essere santo nel suo stato. Supplico il Signore che le conceda la grazia di non lasciar passare giorno senza meditare qualche mistero della passione per mezz’ora o almeno un quarto, poiché l’assicuro che così conserverà l’anima sua monda da ogni peccato e ricca di virtù, tanto più se accompagnerà la meditazione con la frequenza dei Sacramenti” (L. IV, 140).
Una caratteristica della meditazione della passione di Gesù in san Paolo della Croce, sono i “colloqui” con il Signore sofferente. Già nel “Diario” di Castellazzo, il santo parla spesso del colloquio intimo con il Crocifisso. Egli confessa che si sente internamente spinto a “fare a Gesù il racconto doloroso ed amoroso dei suoi tormenti”. É una profonda comprensione della passione di Gesù, data da Dio al Fondatore dei Passionisti. L’8 dicembre 1720 scrive: “Questa grazia che il mio caro Dio mi fa in questo tempo, non la so spiegare;nel raccontare le pene al mio Gesù, alle volte come ne ho raccontata una o due, bisogna che mi fermi, perché l’anima non può più parlare e sente liquefarsi: sta così languendo con altissima soavità mista con lacrime, con la pena del suo Sposo infusa in sé, immersa nel cuore e dolore del suo Sposo dolcissimo Gesù”. I “colloqui” con il Crocifisso erano una forma di preghiera che il santo praticò per tutta la vita; erano il pezzo forte nelle prediche sulla passione nelle missioni, per convertire i peccatori, muoverli al pianto e al pentimento: piangeva e faceva piangere.
Ricordo infine che per Paolo la passione di Gesù era un mare immenso dove bisognava andare ogni giorno a “pescare le perle preziose”, che sono le virtù praticate da Gesù Crocifisso nella sua passione e così diventare in modo pieno una copia vivente dell’Amore Crocifisso. Già all’inizio del suo diario aveva scritto: «Desidero solo d’esser crocifisso con Gesù». Questo è come la chiave ermeneutica per capire la vita e il pensiero del nostro Fondatore. Anch’egli può ripetere con l’apostolo Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo. Vivo, ma non io, vive invece Cristo in me» (Gal 2,19‑20).
Padre Alberto Pierangioli
scarica i documenti degli Esercizi
08 agosto lunedì:
18.30 Messa di San Paolo della Croce: Esercizi spirituali: una pausa con Dio con la guida di San Paolo della Croce
09 agosto martedì:
09.15 I Catechesi: S. Paolo della Croce, Mistico della Passione
18.30 Messa di Santa Teresa B. della Croce: Le pene Infuse
10 agosto mercoledì:
09.15 II Catechesi: Meditazione della Passione
18.30 Messa di San Lorenzo: Perché la Passione? Il mistero del peccato
11 agosto giovedì:
09.15 III Catechesi: La sequela Passionista: Discepoli del Crocifisso
18.30 Messa di Santa Chiara: Partecipare alla Passione di Gesù
12 agosto venerdì:
09.15 IV Catechesi: San Paolo della Croce, Apostolo del Crocifisso
12.00: Esposizione del SANTISSIMO e DESERTO
18.30: Messa di San Gabriele: Pescare le perle nel mare della Passione
21.00 VIA CRUCIS e Revisione del corso
13 agosto sabato:
09.00 V Catechesi: La continua grata Memoria della Passione
11.15 Messa: Voto della Passione, Promessa di amore, Consacrazione a Gesù Crocifisso
13,00 Pranzo, saluti e partenze.
Dire “Paolo della Croce” e dire “un grande apostolo del Crocifisso” è la stessa cosa. Paolo è un “grande innamorato del Crocifisso” ma questo lo porta ad essere anche il più grande Apostolo del Crocifisso. L’amore vero è un fuoco che si espande e cerca di incendiare tutti. Scriveva: “Vorrei che venisse in noi tanto fuoco di carità, fino a bruciare non solo chi ci passa vicino, ma anche i popoli lontani, in una parola tutte le creature, affinché tutte conoscessero ed amassero il Sommo Bene” (LL I-II p.1628-29). Paolo ha scoperto che il centro della santità è l’amore, perché “Dio è amore” (1Gv 4,8) e la manifestazione più grande dell’amore di Dio è Gesù Crocifisso, un mare di dolore e di amore, immenso come un oceano senza fondo.
Contemplando le piaghe e il sangue di Cristo, scopre il valore delle anime, che sono costate il sangue di Cristo e quindi l’urgenza dell’apostolato per procurare la loro salvezza e non rendere inutile il sangue di Cristo. Già nel diario del Castellazzo, il 4 dicembre 1720. il giovane Paolo scriveva: «Desidererei essere scarnificato per un’anima e mi pareva di svenire, vedendo la perdita di tante anime, che non sentono il frutto della passione del mio Gesù». Queste parole esprimono con grande chiarezza l’intimo rapporto tra amore a Gesù Crocifisso e apostolato.
Annunciare l’Amore Crocifisso
Paolo, terminati i 40 giorni di ritiro a Castellazzo, incomincia un intenso apostolato, prima in patria e poi in varie regioni d’Italia, apostolato che diventa sempre più intenso quando viene consacrato sacerdote.
Ha scoperto che: “la Passione di Gesù è il mezzo più efficace per convertire le anime più ostinate, per sterminare i vizi, piantare la vera pietà e incamminare le anime a grande santità; è una ricchissima miniera di ogni virtù; è la via regia dove s’impara l’altissima scienza della santità. É qui che hanno imparato i santi”. Nonostante il grande impegno di fondare una nuova congregazione maschile e femminile, predica centinaia di missioni popolari, spostandosi spesso a piedi, per strade impossibili, da una regione all’altra, per annunciare a tutti l’Amore Crocifisso. Spesso arriva nei paesi dopo smarrimenti nei boschi, stanco, digiuno, piedi sanguinanti.
Apostolo instancabile, percorre le coste laziali e toscane, fino all’isola d’Elba, dove predica anche alle truppe austriache e spagnole. S’inoltra nella malsana maremma toscana, nel basso Lazio, nelle Marche, dove predica una missione strepitosa a Camerino e zone vicine.
Fu l’apostolo dei più umili, dei più abbandonati e perduti, tanto da essere chiamato cacciatore di anime, apostolo dei banditi. Va alla ricerca delle anime, non risparmia nessun sacrificio, nessuna preghiera, nessuna penitenza per la loro salvezza. In pieno inverno, lo trovano immerso in una vasca di acqua gelida per convertire un peccatore ostinato che non era riuscito a convertire con le parole. Non meraviglia vedere che anche i peccatori vanno alla caccia di lui, per riconciliarsi con Dio, come avvenne quella volta che camminava solo in un bosco infestato dai banditi e a un tratto si trovò a tu per tu con uno di loro, che gli punta il fucile contro e gli comanda di inoltrarsi con lui nel bosco. Mentre Paolo crede giunta la sua fine e si raccomanda l’anima a Dio, all’improvviso il bandito getta lontano il fucile e si mette in ginocchio davanti a Paolo e lo prega di confessarlo, scusandosi con lui per la maniera usata, perché temeva che il santo non lo volesse confessare. Anche sul letto di morte, quando oramai non poteva più parlare, a chi veniva a visitarlo donava un piccolo Crocifisso e additandolo al devoto visitatore sembrava volesse dire: “Ora sarà Lui a farti la predica”.
I 50 anni di intenso apostolato di Paolo sono il frutto della contemplazione dell’Amore Crocifisso, sono il frutto della comprensione del valore delle anime, costate il Sangue di Cristo. Questo spiega il voto particolare e fatto da San Paolo della Croce e poi da tutti i Passionisti: il voto della Passione, cioè di amare e fare amare Gesù Crocifisso.
Direttore illuminato, diresse sulla via della santità anche migliaia di fedeli di tutte le età e condizioni; oltre alla direzione compiuta nelle missioni popolari, negli esercizi spirituali, nei colloqui privati, egli svolse la direzione anche per mezzo della corrispondenza con sacerdoti, religiosi e molti laici: scrisse più di 20.000 lettere di direzione spirituale, per esortare tutti ad amare Gesù, amore crocifisso.
La missione passionista
Paolo, con il fratello P. Giambattista, inventa “la missione passionista”. Usa moderatamente la coreografia usata in quel tempo. Ma quando annuncia le verità eterne, trema e fa tremare. Diceva un ufficiale dell’esercito: “Sono stato in guerra, ho visto i morti veri accanto a me, ho sentito fischiare le pallottole e non ho mai tremato, ma le prediche di P. Paolo mi fanno tremare da capo a piedi”.
Poi tutto viene riequilibrato dalla meditazione sull’amore di Dio, in particolare sulla Passione di Gesù, che riserva quasi sempre a sé: piange e fa piangere tutti.
Nella missione si dà grande importanza a ristabilire la pace tra famiglie, spesso in lotte sanguinose tra loro. Si fa la raccolta di armi, coltelli, stampe indecenti, da distruggere subito davanti a tutti.
La missione in genere dura da 10 a 15 giorni. É importante la preparazione, che egli fa ai piedi del Crocifisso. Se qualcuno va a trovare Paolo durante la missione, lo trova spesso in ginocchio davanti al Crocifisso. L’aspetto particolare delle sue missioni non è lo sfoggio di grande cultura, o di gesti eccezionali, ma è il fuoco che ha nel cuore, è l’esperienza di mistico del Crocifisso.
Insegna anche che per essere un buon missionario, occorrono tre “S”: scienza, santità e salute.
Egli vuole i suoi religiosi grandi contemplativi e “santi operai”. Nella Regola ricorda che “uno dei fini principali della Congregazione è non solo d’essere indefessi nella santa orazione, per attendere alla santa unione con Dio, ma ancora d’incamminarvi i nostri prossimi”. Indica la via da seguire, affermando che i religiosi «tanto nelle missioni, quanto in altri devoti esercizi», devono aiutare il popolo a «meditare i misteri della ss. passione e morte di Gesù nostro vero Bene». Desidera che facciano la stessa cosa anche quando confessano, nei dialoghi spirituali e in tutte le occasioni opportune.
Nella “Regola” scrive: «Insegnino a tutti a meditare la Passione di Gesù, scoprendo il pernicioso errore di coloro che credono che la meditazione sia propria solo dei sacerdoti e dei religiosi”.
La meditazione della Passione non era fine a se stessa: era la scuola per imparare da Gesù Crocifisso l’accettazione della volontà di Dio, la pazienza, l’umiltà, l’amore, perché, diceva, “la Passione di Gesù è il mare, dove si pescano le perle di tutte le virtù”.
Il suo apporto specifico fu proprio l’introdurre la meditazione pubblica della passione di Gesù ogni giorno e l’insegnamento del come meditarla ogni giorno, per aiutare gli uditori a passare dalla paura del giudizio di Dio alla fiducia del perdono per i meriti di Gesù crocifisso. Al termine della missione, voleva rendere stabile la meditazione della passione di Gesù anche in gruppi organizzati, incaricando una persona che radunasse fedeli e leggesse loro una meditazione sulla passione di Gesù. Per incoraggiare i peccatori, spesso prendeva su di sé la penitenza che essi avrebbero dovuto fare per i loro peccati. Questa solidarietà con i peccatori certamente rientrava nelle finalità delle prove spirituali da lui sofferte per 40 anni.
L’effetto delle meditazioni sulla Passione non rimaneva solo a livello emotivo, ma portava a numerose conversioni e cambiamenti straordinari. Anime semplici che s’incamminano sulla vita della santità, come Agnese Grazi, M. Giovanna Grazi Ventura, Teresa Palozzi, Lucia Burlini, Tommaso Fossi… Peccatori pubblici e banditi famosi, che riconcilia con Dio e spesso anche con la giustizia umana: diversi di loro poi lo seguivano nei suoi spostamenti missionari. Da lupi erano diventati agnelli.
In una lettera al Vescovo di Viterbo, con il suo linguaggio mistico e pieno di immagini, mette in luce il centro del suo apostolato: «Guarderò le anime dei cittadini di Viterbo con lo stesso occhio, con cui il misericordioso Signore me le ha fatte sempre mirare ovunque sono stato, cioè nelle Piaghe Sacratissime dell’amabilissimo nostro Redentore, squarciate ed aperte più dall’infinita sua carità, che dai duri chiodi, per bere le acque salutari della grazia in queste fonti di vita eterna».
I laici passionisti
Questo è il Padre che Dio ci ha donato. Anche a noi egli Croce addita il Crocifisso. Ci invita a conoscerlo, a meditarlo, ad amarlo, a seguirlo e a testimoniarlo. Se nel nostro cuore si accenderà un amore sincero per Gesù Crocifisso, sentiremo il bisogno di farlo conoscere e farlo amare anche dai fratelli.
Essere “testimoni di Cristo Crocifisso e Risorto”, è l’impegno che il santo addita oggi anche a noi “laici passionisti”. Questo vuole oggi la Chiesa da tutti i laici che vogliono vivere in modo serio la propria fede. IL B. Giovanni Paolo nella grande Esortazione Apostolica “Fideles Laici”. scrive: “I fedeli laici hanno la vocazione e la missione di essere annunciatori del Vangelo. È una urgenza intramontabile. Ogni discepolo è chiamato in prima persona; nessuno può sottrarsi nel dare la sua propria risposta: “Guai a me, se non predicassi il vangelo!” (1Cor 9,16). A tutti ripeto il grido appassionato: Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. I laici passionisti non fanno un voto, ma una promessa solenne a Gesù Crocifisso: “Fa che io ti ami e ti faccia amare”. Non è vero passionista chi non è un grande innamorato e un vero apostolo di Gesù Crocifisso.
Il 10 aprile 2011, nella grande giornata di spiritualità degli AGC, abbiamo ricordato che le nostre Fraternità, se vogliamo avere un avvenire nella Chiesa, in un mondo che si sta allontanando sempre più da Dio, devono passare da “semplici gruppi di preghiera” a “gruppi ecclesiali”, che partono dalla preghiera, soprattutto come contemplazione dell’amore a Gesù Crocifisso, a un grande impegno missionario: “Amare e fare amare Gesù Crocifisso”. Vale anche per noi il grido di san Luigi Orione: “Oggi un cristiano che non è apostolo è apostata”.
P. Alberto Pierangioli
Dopo il fallimento del viaggio a Roma, per presentare al papa la regola del nuovo istituto, Paolo Danei, davanti all’immagine della Madonna in Santa Maria Maggiore, emette il voto della Passione: amare e fare amare Gesù Crocifisso: è il voto fondamentale per il nuovo istituto. Paolo era sicuro della sua missione, ma non gli era chiaro dove e come iniziare l’opera di Dio. Alla fine di settembre 1721, lascia Roma, diretto al Monte Argentario visto nel viaggio di andata a Roma, facendo a piedi il tragitto da Civitavecchia al monte che lo attira. Scrive al fratello Giambattista per assicurarlo che per attuare il disegno di Dio è disposto ad andare “sino in capo al mondo”. Ottiene dal vescovo di Pitigliano il permesso di abitare l’eremo dell’Annunziata sul Monte Argentario. Poi parte per Castellazzo per prendere il fratello Giambattista, che il 28 novembre 1721 fa vestire dal suo vescovo di un abito nero come il suo. P. Giambattista sarà il secondo passionista, fedele compagno del fondatore, ispiratore e fedele custode della spiritualità passionista.
Il 22 febbraio 1722 i due fratelli lasciano Castellazzo diretti al monte Argentario, nel romitorio dell’Annunziata. Trovano un panorama incantevole, tanta solitudine e pace e possibilità di dedicare tante ore del giorno e della notte alla preghiera, ma anche tanta povertà. Per sopravvivere raccolgono l’erba spontanea del bosco, ma fisicamente si riducono ad essere come delle ombre da fare paura. Iniziano intanto anche un denso apostolato nei due paesi vicini di Portercole e S. Stefano.
Verso la fine del 1722 arriva ai due fratelli un invito del vescovo di Gaeta: “Venite in diocesi, troverete qui un luogo adatto per la vostra vocazione e potrete lavorare molto per la gloria di Dio e il bene delle anime”. Paolo, attento ai segni di Dio, accetta e parte con Giovanni Battista per Gaeta, dove sono accolti dal vescovo, Mons Pignatelli, che offre loro il romitorio di S. Maria della Catena. Qui iniziano una vera vita comunitaria con alcuni giovani, che si uniscono a Paolo, come lo Schiaffino. L’apostolato non manca, il romitorio diventa un vero centro di spiritualità. Ma non è facile accettare il ritmo di vita di Paolo. Iniziano dei malumori e delle divisioni nella comunità, specialmente per opera dello Schiaffino che ha ambizioni di fondatore e vuole fare prevalere le sue vedute.
Un vescovo santo e illuminato
Nel 1724 arriva a Paolo un altro invito da Mons. Emilio Cavalieri, santo vescovo di Troia e Foggia. Paolo con il fratello parte per Troia, accolto amorevolmente da Mons. Cavalieri che è il primo vescovo a capire sul serio Paolo e la sua vocazione. Anche la spiritualità del vescovo è incentrata sul Crocifisso. La sua austerità di vita è eccezionale. Le sue penitenze non sono oggi raccontabili. Quelle di Paolo, a confronto, sono un modello di equilibrio. L’incontro con Mons. Cavalieri è la chiave di volta nella ricerca di Paolo, anche se restano vicini solo due anni, perché il vescovo morirà nel 1726. Egli dà loro ogni libertà di dedicarsi ai bisogni spirituali della città. Paolo riprende l’apostolato con il suo stile, con il crocifisso e campanelli per le strade. Spesso le escursioni non si concludono in chiesa, perché vede che la gente lo ascolta più numerosa nei crocicchi e nelle piazze. Di notte va a predicare nei ridotti di malavita, guidato dai membri di un’apposita confraternita.
Vista la tempra di pastore che Dio gli ha fatto incontrare, Paolo lo sceglie come direttore spirituale. Mons. Cavalieri è entusiasta dell’apostolato dei Danei, ma comprende che Paolo ha una missione da compiere. Ascolta e incoraggia: «E davvero un’opera di Dio che vedrete uscire per vie occulte ed incognite». Desidera che la prima sede della nuova opera sia nella sua diocesi. Decide che vi entrerà pure lui e si prepara la tonaca. Si ripromette che partecipando al prossimo sinodo romano, previsto per il 15 aprile 1725, ne parlerà al papa e l’appoggerà presso i vescovi.
Ma Mons Cavalieri, oltre ad essere un sant’uomo, possiede un grande competenza giuridica e pastorale. Nell’esaminare la regola scritta da Paolo a Castellazzo, rileva la ricchezza di spiritualità e d’ispirazione divina, ma anche la povertà di conoscenze legali e burocratiche. Scrive alcuni suggerimenti pratici che Paolo inserire nella regola, poi fa capire a Paolo che per impiantare nella Chiesa una nuova fondazione ci vuole il papa. Non bastano due laici, anche se eremiti, ma ci vogliono dei sacerdoti. Ci vogliono candidati. Non potrà mai essere approvato un istituto con due sole persone. Bisogna trovare un vescovo che possa ordinare sacerdoti i due fratelli. Paolo comprende che deve riprendere la via di Roma, ma con idee più chiare. Per disporsi ai nuovi passi, fa un pellegrinaggio al santuario dì san Michele Arcangelo sul monte Gargano. Mentre pregano, Giambattista sente una voce premonitoria: «Vi visiterò con sferza di ferro”. É annuncio di croce, quella croce che vogliono annunziare al mondo.
Di nuovo a Roma con nuove speranze
Partono per Roma il 5 marzo 1725 e vi arrivano il 16. É l’anno santo e la città brulica di pellegrini. Ci sono anche tanti cardinali e vescovi presenti per il sinodo. Mons Cavalieri non può venire perché malato.
La provvidenza segue le sue strade impreviste. I due eremiti attirano l’attenzione d’un giovane canonico della basilica vaticana, Mons. Marcello Crescenzi, che li avvicina. Paolo parla con entusiasmo del suo progetto. Crescenzi passa dalla curiosità all’ammirazione. Capisce che i due poveracci sono strapieni di forza interiore ma sforniti d’ogni mezzo per districarsi nella Roma papale. Li raccomanda a un amico potente, il cardinale Marcello Corradini, che non solo s’impegna a portare i due eremiti davanti al papa, ma trova loro un’occupazione e un alloggio finché si fermano a Roma. II papa è impegnato nel sinodo e darà udienze dopo la metà di maggio. II cardinale sta fondando l’ospedale di San Gallicano per malattie contagiose. Potranno alloggiare lì e appagare anche il desiderio di fare del bene.
Crescenzi e Corradini, in seguito, sono stati tutti e due vicini a diventare papi, anche se non vi sono arrivati, ma diventano i primi pilastri romani dell’opera di Paolo e lo aiuteranno per tutta la vita.
11 21 maggio 1725 Paolo è presentato dal Corradini al papa Benedetto XIII, presso la chiesa dì Santa Maria in Domnica al Celio, «la Navicella». Il santo espone al papa le ispirazioni ricevute da Dio. Il papa ne ha ottima impressione e autorizza Paolo a “radunar compagni», cioè avviare la fondazione di una nuova famiglia religiosa. Purtroppo nessuno provvede a redigere una nota scritta del fatto, così il permesso resta solo «a viva voce». É poco ma è meglio di niente. Per la grande fede di Paolo è tutto.
Dopo un breve ritorno nel romitorio dì Santa Maria della Catena a Gaeta e poco dopo al santuario della Madonna della Civita presso Itri, non vedendo chiaro l’avvenire, Paolo nel settembre 1726 torna a Roma dal Corradini che lo sceglie come responsabile dell’assistenza ai malati e della disciplina dell’ospedale di San Gallicano, da lui fondato. Paolo si lascia guidare dagli eventi, nei quali Dio farà conoscere la sua volontà. Scrive: «Eccoci a Roma. Ci fermiamo nel santo ospedale che ci pare sempre più a proposito per essere tutti consacrati al divino amore».
L’ospedale dì San Gallicano è inaugurato dal papa Benedetto XIII il 6 ottobre 1726. Paolo è responsabile dell’assistenza ai malati e della disciplina dell’ospedale. Facile il primo compito, accolto come nuovo campo di apostolato. Più complicato mantenere la disciplina. L’osso duro non sono i malati ma il personale di servizio, più interessato allo stipendio che all’amore pei malati. Paolo tira dritto, senza farsi intimorire dalle minacce.
Da quando ha incontrato Mons. Cavalieri, Paolo ha capito che dovrà diventare sacerdote. Non se ne sente degno, ma si prepara. I due fratelli frequentano un corso intensivo di teologia dai frati minori dell’isola tiberina. Il 7 giugno 1727 sono consacrati sacerdoti dal papa Benedetto XIII nella basilica di San Pietro. Il Corradini li presenta al papa come i primi sacerdoti del San Gallicano. In fondo sono preti secolari, pur avendo il permesso di conservare l’abito da eremiti. Da ora in poi, loro che vanno sempre scalzi, per celebrare calzeranno le pianelle. I.’8 giugno, festa della Trinità, prima messa tra i malati del San Gallicano. Paolo è una fonte di lacrime. Per anni non riuscirà a celebrare senza piangere, per la coscienza del proprio nulla e della grandezza del dono.
Una povera culla sul monte come a Betlemme
San Gallicano è una tappa e non il traguardo per Paolo. Lo Signore lo ha scelto non per curare i malati fisici ma i malati spirituali. Nel febbraio 1728 Paolo ottiene dal cardinale Corradini di poter lasciare San Gallicano e ripartire per il Monte Argentario. Ha 34 anni, è sacerdote, pieno di energie e di esperienza per iniziare in concreto l’opera di Dio. Nel romitorio dell’Annunziata si è insediato lo Schiaffino. Ottiene di abitare nel misero romitorio di s. Antonio, poche stanze e una povera cappella: sarà la culla della prima comunità passionista.
Paolo aveva peregrinato per circa 8 anni in varie zone del centro-sud d’Italia, tra sofferenze e delusioni: Monte Argentario, Gaeta, Itri, Troia, Roma, alla ricerca del luogo scelto da Dio per iniziare la sua opera. Finalmente il Monte Argentario vince e sarà il monte santo, il Montecassino dei Passionisti.
Ci sarà ancora molto da lottare e da soffrire, ma oramai la meta è chiara e anche la strada è sicura.
I due giovani sacerdoti, pieni di spirito e di vera sapienza che viene da Dio, poveri di tutti i mezzi umani, ma ricchi di doni di Dio, inizieranno subito un denso apostolato nella maremma malsana fuggita da tutti, con il titolo di missionari apostolici. La loro vita fatta di preghiera, penitenza, povertà e intensa dedizione apostolica attirerà curiosi e anime grandi desiderose di alte vette.
Per alcuni anni il monte sarà un via vai di persone che vengono a vedere, a sperimentare, spesso non adatte per grandi scalate; ma poi inizieranno ad arrivare i grandi campioni, le pietre fondamentali del nuovo istituto, che metteranno solide radici. Ci vorranno almeno altri 10 anni di difficoltà e sofferenze. Poi finalmente il monte santo dell’Argentario sarà visto in visione dalla serva di Dio Agnese Grazi come un monte tutto avvolto da fiamme di fuoco: il fuoco dell’amore.
La fede vera e l’amore grande vincono ancora. Il Sogno diventerà realtà.
P. Alberto Pierangioli
Prime esperienze difficili
Nel febbraio 1728, dopo circa otto anni di peregrinazioni, Paolo torna definitivamente al Monte Argentario (GR), dove, nel romitorio di s. Antonio, inizia stabilmente la prima comunità passionista. Ha trovato il suo “Monte Santo”. Le lunghe peregrinazioni e le difficoltà lo hanno maturato e illuminato per conoscere anche gli aspetti pratici necessari per fondare la nuova famiglia religiosa. La strada è ancora in salita, ma oramai è chiara la meta e il punto fermo da cui partire.
Il piccolo e povero Romitorio di S. Antonio diventa il cuore della nuova fondazione. Vi si inizia a vivere la regola, completata con i suggerimenti pratici di Mons Cavalieri. Arrivano i primi candidati alla vita passionista. Ma per una decina di anni sarà un continuo via vai per i viottoli impervi del Monte Argentario: gli aspiranti vengono, provano e vanno via. La vita è molto rigida e le forme di penitenza sono tante e molto serie: astinenza perpetua dalla carne, si va sempre a piedi scalzi, la povertà è assoluta, la vita è fatta di preghiera, di studio e meditazione della Parola di Dio. A mezzanotte c’è la levata per tre ore di preghiera e chi vuole resta ancora in preghiera fino all’alba, quando la comunità si ritrova di nuovo insieme per la liturgia delle ore, la Messa e ancora meditazione. Il tenore di vita è più celestiale che umano, più ammirabile che praticabile. Non è facile resistere a questa vita nel romitorio, che Paolo stesso chiama “povero tugurio, così piccolo e miserabile che muove a pietà, ma molto a proposito per attendere alla perfezione e stare ritirati”.
A pianoterra, accanto alla cappella, c’è un piccola stanza che funge da sacrestia, cucina, sala da studio e da conversazione. Al piano superiore, una sala grande fa da dormitorio e piccola biblioteca. Si dorme su sacchi pieni di paglia, poggiati su tavole, sollevati da due mattoni, separati da tende di stoffa. Dai tetti e dai muri sconnessi entra acqua e vento. D’inverno si gela anche l’acqua per lavarsi.
Di colazione non si parla. Si studia e si legge la sacra scrittura; i sacerdoti scrivono e provano le prediche. A mezzogiorno ci si ritrova di nuovo per la preghiera e poi per mangiare quel poco che si è riuscito a rimediare, ma che è difficile chiamare pranzo. Si mangia in silenzio, ascoltando buone letture. Segue un po’ di conversazione e poi si riprendono le occupazioni del mattino.
Impegno di fondatore
Paolo si dedica pienamente alla formazione della comunità, che si rinnova continuamente. É incoraggiato da Mons Cristoforo Palmieri, vescovo di Soana e Pitigliano, dal quale dipende l’ospizio. Si sperimenta la regola nei suoi aspetti eremitici e cenobitici, ma anche missionari. Paolo e Giambattista uniscono contemplazione e vita missionaria, inventano e sperimentano la “missione popolare passionista” incentrata sul Crocifisso. Scendono per apostolato nei paesi vicini, apprezzati dal clero,ben voluti dal popolo. Sono di esempio ai nuovi candidati. Ma non è facile reggere a questo tenore di vita. Nel 1733 Paolo resta di nuovo solo con il fratello Giambattista, suo consigliere e guida , grande contemplativo e apostolo e fedele confondatore.
Nell’eremo di S. Antonio manca il minimo indispensabile per poter formare una vera comunità, degna di questo nome. Paolo a un certo punto pensa di ampliare e sistemare l’eremo; ma l’iniziativa fallisce.
Il primo convento: nuovo intervento di Maria
Verso l’inizio del 1731 Paolo, attraversando il monte, ebbe come una visione della Vergine Maria, che gli sorride da una pianta di ulivo e gli fa capire che in quel luogo deve sorgere la prima casa della Congregazione. Il sito indicato è in territorio di Orbetello e appartiene alla giurisdizione del card. Lorenzo Altieri di Roma. Dopo aver predicato una missione a Orbetello, con l’aiuto della famiglia Grazi e altri benefattori, Paolo inizia le pratiche per la costruzione del convento. Per sette anni il cardinale gli renderà la vita impossibile. Paolo risponde con una pazienza senza limiti e con altrettanta tenacia. Finalmente s’inizia la costruzione del convento; ma alcuni nemici del santo vanno a demolire di notte quello che è stato costruito di giorno. Una notte, la serva di Dio e discepola di Paolo, Agnese Grazi, vede in visione S. Michele Arcangelo che sta a difesa del convento e mette in fuga i devastatori. Da quella notte le incursioni finiscono.
Nel 1735 interviene anche la guerra degli Spagnoli contro i Francesi per la conquista dei Presidi del Monte Argentario. La costruzione del convento è interrotta. Paolo è coinvolto in pieno nella guerra e fa il cappellano dei due eserciti, passa in mezzo alle pallottole da un esercito all’altro, per soccorrere i feriti e assistere i moribondi. Viene arrestato da soldati spagnoli, ma il loro generale lo invita a pranzo. Passata la guerra, si riprende e si porta a termine la costruzione del convento.
Costruito il convento e la chiesa, il cardinale non dà il permesso di celebrarvi la messa e di conservare l’Eucaristia. Inoltre vuole cambiare alcuni punti della regola di Paolo, troppo rigidi, secondo lui, tra cui la possibilità di possedere beni stabili, esclusi dalla regola e vuole che i religiosi dipendano direttamente dal vescovo e non dal papa. É stato scritto che anche le statue della basilica di San Pietro avrebbero perso la pazienza. Paolo non la perde mai. E la pazienza del santo vince: il cardinale pian piano cambia atteggiamento e diventa più abbordabile. Il 14 settembre 1737, festa della Esaltazione della Croce, viene benedetta la Chiesa, dedicata alla Presentazione di Maria Santissima al tempio, che a Paolo ricorda il 17° anniversario del suo addio alla famiglia. Finalmente la piccola comunità può trasferirsi nel nuovo convento, molto povero e costruito a risparmio, ma degno di essere chiamato primo “ritiro” passionista.
La prima approvazione del papa e grandi prove
Il 15 maggio 1741, un grande e dotto papa, Benedetto XIV, approva finalmente la regola del nuovo istituto con il nome di «Congregazione dei Minimi Chierici Scalzi sotto l’invocazione della S. Croce e Passione di Gesù Cristo». Il papa aveva commentato: “Questo istituto, sorto per ultimo nella Chiesa, per la sua spiritualità e per il suo fine nella Chiesa, avrebbe dovuto essere il primo”.
L’undici giugno 1741 Paolo e cinque suoi compagni emettono la professione pubblica dei tre voti religiosi, aggiungendo un quarto voto di promuovere la grata memoria della passione di Gesù nei fedeli. Paolo Danei prende per sempre il nome di Paolo della Croce e il fratello Giambattista di San Michele Arcangelo. Il 10 aprile del 1747 Paolo è eletto Superiore generale. Sarà confermato cinque volte di seguito, fino alla morte. I nuovi religiosi cominciano ad esser chiamati “Passionisti“.
Negli anni 1741-1750, dopo l’approvazione della regola, inizia una grande espansione della Congregazione, con una decina di nuovi “ritiri” e un centinaio di nuovi religiosi professi. La congregazione si stava diffondendo velocemente soprattutto nel sud del Lazio. Molti paesi richiedevano nuove fondazioni dei Passionisti. Questa esplosione suscita gelosie e presto scoppia una grande bufera contro il nuovo istituto, chiamata dal P. Cingolani “La zuffa dei servi del Signore”. Nel febbraio 1748 inizia l’opposizione degli ordini mendicanti contro i Passionisti, presso la Santa Sede, con gravi accuse contro Paolo e i Passionisti, servendosi di un santo stimato dal Papa, il francescano S. Leonardo da Porto Maurizio, che consegna un libello al papa. Benedetto XIV, che lo stimava, gli dice: “P. Maurizio, dovrei distruggere ciò che io stesso ho edificato?”. Il santo risponde: “Santità, sono venuto qui per obbedienza”. Il papa nomina una commissione di cardinali per risolvere il problema. Paolo intuisce il grave pericolo e si difende affidandosi al Signore, chiedendo preghiere a tutti. Soffre terribilmente. Intuisce che basterebbe una sola parola del papa per distruggere tutto. Le lettere scritte dal santo in questo tempo grondano lacrime, mai però una parola contro coloro che lo fanno soffrire. Vescovi, comuni e popolazioni intere intervengono in difesa dei Passionisti. Dopo due anni di grandi sofferenze, il 7 aprile 1750 la vertenza si conclude con una sentenza favorevole al nuovo istituto. Ora Paolo può dedicarsi con più serenità e impegno allo sviluppo della congregazione, a nuove fondazioni, alle missioni popolari e alla formazione dei religiosi e di tanti laici.
Fioritura di primavera
Dopo tante fragili canne in balia del vento, Dio manda querce robuste alla nuova fondazione. Sono i confondatori del nuovo istituto. La prima importante conquista è il giovane sacerdote P. Fulgenzio Pastorelli, grande servo di Dio, colonna della nascente congregazione, della quale può essere considerato il terzo fondatore. Primo maestro dei novizi, primo superiore della prima casa della congregazione sul Monte Argentario. Un vero santo. Arriva poi Fratel Giuseppino Petruzzelli, piccolo fratello laico, siciliano, un grande mistico e un operaio instancabile, considerato un vero santo dal fondatore.
Segue P. Marcaurelio Pastorelli, sacerdote religioso dei Dottrinari, dotto e santo, un’altra colonna della congregazione, formatore delle prime generazioni passioniste, insieme a P. Fulgenzio. La Congregazione con l’aiuto di P. Marcaurelio e di P. Fulgenzio si dà una linea formativa incentrata su una profonda umanità, un distacco totale dal mondo, un vivere sempre alla presenza di Dio e una partecipazione piena alla Passione di Cristo e dei fratelli. A loro si devono tante norme che per due secoli hanno dato alla congregazione schiere di santi, specialmente giovani, guidati da San Gabriele, B. Pio, B. Grimoaldo, vari venerabili e servi di Dio.
Nel 1745 viene P. Tommaso Struzzieri di Senigallia, forse la più grande conquista di Paolo: laureato alla Sapienza di Roma, sacerdote e predicatore famoso. Anche lui un confondatore, un servo di Dio, il primo vescovo passionista in Corsica e a Todi.
Il B. Bernardo Silvestrelli in un suo libro presenta 13 religiosi, insigni per virtù, dei “Primi compagni di S. Paolo della Croce” e in un secondo volume di “Biografie edificanti di alcuni chierici passionisti”, presenta una schiera di giovani passionisti, guidati da San Gabriele. Meriterebbero tutti gli onori degli altari.
Che cosa dovremmo fare noi oggi per stare sulla loro scia? Ci sentiamo anche noi “confondatori” di un cammino laicale passionista? Che cosa si aspetta il Signore da noi passionisti del secondo millennio, religiosi e laici? P. Alberto Pierangioli
Dopo il fallimento del viaggio a Roma, per presentare al papa la regola del nuovo istituto, Paolo Danei, davanti all’immagine della Madonna in Santa Maria Maggiore, emette il voto della Passione: amare e fare amare Gesù Crocifisso: è il voto fondamentale per il nuovo istituto. Paolo era sicuro della sua missione, ma non gli era chiaro dove e come iniziare l’opera di Dio. Alla fine di settembre 1721, lascia Roma, diretto al Monte Argentario visto nel viaggio di andata a Roma, facendo a piedi il tragitto da Civitavecchia al monte che lo attira. Scrive al fratello Giambattista per assicurarlo che per attuare il disegno di Dio è disposto ad andare “sino in capo al mondo”. Ottiene dal vescovo di Pitigliano il permesso di abitare l’eremo dell’Annunziata sul Monte Argentario. Poi parte per Castellazzo per prendere il fratello Giambattista, che il 28 novembre 1721 fa vestire dal suo vescovo di un abito nero come il suo. P. Giambattista sarà il secondo passionista, fedele compagno del fondatore, ispiratore e fedele custode della spiritualità passionista.
Il 22 febbraio 1722 i due fratelli lasciano Castellazzo diretti al monte Argentario, nel romitorio dell’Annunziata. Trovano un panorama incantevole, tanta solitudine e pace e possibilità di dedicare tante ore del giorno e della notte alla preghiera, ma anche tanta povertà. Per sopravvivere raccolgono l’erba spontanea del bosco, ma fisicamente si riducono ad essere come delle ombre da fare paura. Iniziano intanto anche un denso apostolato nei due paesi vicini di Portercole e S. Stefano.
Verso la fine del 1722 arriva ai due fratelli un invito del vescovo di Gaeta: “Venite in diocesi, troverete qui un luogo adatto per la vostra vocazione e potrete lavorare molto per la gloria di Dio e il bene delle anime”. Paolo, attento ai segni di Dio, accetta e parte con Giovanni Battista per Gaeta, dove sono accolti dal vescovo, Mons Pignatelli, che offre loro il romitorio di S. Maria della Catena. Qui iniziano una vera vita comunitaria con alcuni giovani, che si uniscono a Paolo, come lo Schiaffino. L’apostolato non manca, il romitorio diventa un vero centro di spiritualità. Ma non è facile accettare il ritmo di vita di Paolo. Iniziano dei malumori e delle divisioni nella comunità, specialmente per opera dello Schiaffino che ha ambizioni di fondatore e vuole fare prevalere le sue vedute.
Un vescovo santo e illuminato
Nel 1724 arriva a Paolo un altro invito da Mons. Emilio Cavalieri, santo vescovo di Troia e Foggia. Paolo con il fratello parte per Troia, accolto amorevolmente da Mons. Cavalieri che è il primo vescovo a capire sul serio Paolo e la sua vocazione. Anche la spiritualità del vescovo è incentrata sul Crocifisso. La sua austerità di vita è eccezionale. Le sue penitenze non sono oggi raccontabili. Quelle di Paolo, a confronto, sono un modello di equilibrio. L’incontro con Mons. Cavalieri è la chiave di volta nella ricerca di Paolo, anche se restano vicini solo due anni, perché il vescovo morirà nel 1726. Egli dà loro ogni libertà di dedicarsi ai bisogni spirituali della città. Paolo riprende l’apostolato con il suo stile, con il crocifisso e campanelli per le strade. Spesso le escursioni non si concludono in chiesa, perché vede che la gente lo ascolta più numerosa nei crocicchi e nelle piazze. Di notte va a predicare nei ridotti di malavita, guidato dai membri di un’apposita confraternita.
Vista la tempra di pastore che Dio gli ha fatto incontrare, Paolo lo sceglie come direttore spirituale. Mons. Cavalieri è entusiasta dell’apostolato dei Danei, ma comprende che Paolo ha una missione da compiere. Ascolta e incoraggia: «E davvero un’opera di Dio che vedrete uscire per vie occulte ed incognite». Desidera che la prima sede della nuova opera sia nella sua diocesi. Decide che vi entrerà pure lui e si prepara la tonaca. Si ripromette che partecipando al prossimo sinodo romano, previsto per il 15 aprile 1725, ne parlerà al papa e l’appoggerà presso i vescovi.
Ma Mons Cavalieri, oltre ad essere un sant’uomo, possiede un grande competenza giuridica e pastorale. Nell’esaminare la regola scritta da Paolo a Castellazzo, rileva la ricchezza di spiritualità e d’ispirazione divina, ma anche la povertà di conoscenze legali e burocratiche. Scrive alcuni suggerimenti pratici che Paolo inserire nella regola, poi fa capire a Paolo che per impiantare nella Chiesa una nuova fondazione ci vuole il papa. Non bastano due laici, anche se eremiti, ma ci vogliono dei sacerdoti. Ci vogliono candidati. Non potrà mai essere approvato un istituto con due sole persone. Bisogna trovare un vescovo che possa ordinare sacerdoti i due fratelli. Paolo comprende che deve riprendere la via di Roma, ma con idee più chiare. Per disporsi ai nuovi passi, fa un pellegrinaggio al santuario dì san Michele Arcangelo sul monte Gargano. Mentre pregano, Giambattista sente una voce premonitoria: «Vi visiterò con sferza di ferro”. É annuncio di croce, quella croce che vogliono annunziare al mondo.
Di nuovo a Roma con nuove speranze
Partono per Roma il 5 marzo 1725 e vi arrivano il 16. É l’anno santo e la città brulica di pellegrini. Ci sono anche tanti cardinali e vescovi presenti per il sinodo. Mons Cavalieri non può venire perché malato.
La provvidenza segue le sue strade impreviste. I due eremiti attirano l’attenzione d’un giovane canonico della basilica vaticana, Mons. Marcello Crescenzi, che li avvicina. Paolo parla con entusiasmo del suo progetto. Crescenzi passa dalla curiosità all’ammirazione. Capisce che i due poveracci sono strapieni di forza interiore ma sforniti d’ogni mezzo per districarsi nella Roma papale. Li raccomanda a un amico potente, il cardinale Marcello Corradini, che non solo s’impegna a portare i due eremiti davanti al papa, ma trova loro un’occupazione e un alloggio finché si fermano a Roma. II papa è impegnato nel sinodo e darà udienze dopo la metà di maggio. II cardinale sta fondando l’ospedale di San Gallicano per malattie contagiose. Potranno alloggiare lì e appagare anche il desiderio di fare del bene.
Crescenzi e Corradini, in seguito, sono stati tutti e due vicini a diventare papi, anche se non vi sono arrivati, ma diventano i primi pilastri romani dell’opera di Paolo e lo aiuteranno per tutta la vita.
11 21 maggio 1725 Paolo è presentato dal Corradini al papa Benedetto XIII, presso la chiesa dì Santa Maria in Domnica al Celio, «la Navicella». Il santo espone al papa le ispirazioni ricevute da Dio. Il papa ne ha ottima impressione e autorizza Paolo a “radunar compagni», cioè avviare la fondazione di una nuova famiglia religiosa. Purtroppo nessuno provvede a redigere una nota scritta del fatto, così il permesso resta solo «a viva voce». É poco ma è meglio di niente. Per la grande fede di Paolo è tutto.
Dopo un breve ritorno nel romitorio dì Santa Maria della Catena a Gaeta e poco dopo al santuario della Madonna della Civita presso Itri, non vedendo chiaro l’avvenire, Paolo nel settembre 1726 torna a Roma dal Corradini che lo sceglie come responsabile dell’assistenza ai malati e della disciplina dell’ospedale di San Gallicano, da lui fondato. Paolo si lascia guidare dagli eventi, nei quali Dio farà conoscere la sua volontà. Scrive: «Eccoci a Roma. Ci fermiamo nel santo ospedale che ci pare sempre più a proposito per essere tutti consacrati al divino amore».
L’ospedale dì San Gallicano è inaugurato dal papa Benedetto XIII il 6 ottobre 1726. Paolo è responsabile dell’assistenza ai malati e della disciplina dell’ospedale. Facile il primo compito, accolto come nuovo campo di apostolato. Più complicato mantenere la disciplina. L’osso duro non sono i malati ma il personale di servizio, più interessato allo stipendio che all’amore pei malati. Paolo tira dritto, senza farsi intimorire dalle minacce.
Da quando ha incontrato Mons. Cavalieri, Paolo ha capito che dovrà diventare sacerdote. Non se ne sente degno, ma si prepara. I due fratelli frequentano un corso intensivo di teologia dai frati minori dell’isola tiberina. Il 7 giugno 1727 sono consacrati sacerdoti dal papa Benedetto XIII nella basilica di San Pietro. Il Corradini li presenta al papa come i primi sacerdoti del San Gallicano. In fondo sono preti secolari, pur avendo il permesso di conservare l’abito da eremiti. Da ora in poi, loro che vanno sempre scalzi, per celebrare calzeranno le pianelle. I.’8 giugno, festa della Trinità, prima messa tra i malati del San Gallicano. Paolo è una fonte di lacrime. Per anni non riuscirà a celebrare senza piangere, per la coscienza del proprio nulla e della grandezza del dono.
Una povera culla sul monte come a Betlemme
San Gallicano è una tappa e non il traguardo per Paolo. Lo Signore lo ha scelto non per curare i malati fisici ma i malati spirituali. Nel febbraio 1728 Paolo ottiene dal cardinale Corradini di poter lasciare San Gallicano e ripartire per il Monte Argentario. Ha 34 anni, è sacerdote, pieno di energie e di esperienza per iniziare in concreto l’opera di Dio. Nel romitorio dell’Annunziata si è insediato lo Schiaffino. Ottiene di abitare nel misero romitorio di s. Antonio, poche stanze e una povera cappella: sarà la culla della prima comunità passionista.
Paolo aveva peregrinato per circa 8 anni in varie zone del centro-sud d’Italia, tra sofferenze e delusioni: Monte Argentario, Gaeta, Itri, Troia, Roma, alla ricerca del luogo scelto da Dio per iniziare la sua opera. Finalmente il Monte Argentario vince e sarà il monte santo, il Montecassino dei Passionisti.
Ci sarà ancora molto da lottare e da soffrire, ma oramai la meta è chiara e anche la strada è sicura.
I due giovani sacerdoti, pieni di spirito e di vera sapienza che viene da Dio, poveri di tutti i mezzi umani, ma ricchi di doni di Dio, inizieranno subito un denso apostolato nella maremma malsana fuggita da tutti, con il titolo di missionari apostolici. La loro vita fatta di preghiera, penitenza, povertà e intensa dedizione apostolica attirerà curiosi e anime grandi desiderose di alte vette.
Per alcuni anni il monte sarà un via vai di persone che vengono a vedere, a sperimentare, spesso non adatte per grandi scalate; ma poi inizieranno ad arrivare i grandi campioni, le pietre fondamentali del nuovo istituto, che metteranno solide radici. Ci vorranno almeno altri 10 anni di difficoltà e sofferenze. Poi finalmente il monte santo dell’Argentario sarà visto in visione dalla serva di Dio Agnese Grazi come un monte tutto avvolto da fiamme di fuoco: il fuoco dell’amore.
La fede vera e l’amore grande vincono ancora. Il Sogno diventerà realtà.
P. Alberto Pierangioli












