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Per conoscere seriamente la spiritualità passionista, come insegnata da san Paolo della Croce, dobbiamo partire dalla convinzione che la passione di Gesù è il centro della sua vita, del suo magistero e del suo apostolato. L’originalità di s. Paolo della Croce sta nell’avere additato nella passione di Gesù la via maestra della salvezza e della santità. Molti santi hanno parlato di Gesù Crocifisso, ma nessuno prima di lui ha affermato con tanta forza che mettere Gesù Crocifisso al centro del cammino spirituale implica non solo la sua conoscenza ma anche la conformazione a Lui.
Simboli di questa scelta sono due immagini di san Paolo della Croce che potete ammirare nelle chiese dei Passionisti: la prima è un quadro del santo elevato in estasi davanti a un grande Crocifisso, che con un braccio staccato dalla croce lo abbraccia e lo stringe al cuore. La seconda mostra il santo che parla al popolo, mentre presenta e addita ai fedeli un grande crocifisso. Le due immagini sono la sintesi più bella della spiritualità e dell’apostolato di san Paolo della Croce. Ci sono stati tanti santi innamorati del Crocifisso, ma quando si parla del mistico e apostolo del Crocifisso per eccellenza, si pensa sempre a san Paolo della Croce.
Come ha avuto origine in Paolo questa intuizione e scelta?
La prima formazione cristiana Paolo l’ebbe dalla sua santa mamma, Anna Maria Massari, madre di 16 figli, che gli parlava spesso degli esempi eroici dei primi anacoreti cristiani e poi della passione di Gesù. Il santo fu molto colpito dagli esempi dei monaci del deserto, ai quali pensa quando riceve dal vescovo l’abito nero e si firma Paolo eremita. Il primo nome che voleva dare al nuovo istituto era “I Poveri di Gesù”. Poi pian piano la passione di Gesù diventa il centro della vita del santo che passa dall’aspetto negativo delle privazioni, all’aspetto positivo dell’amore, che scopre nella passione di Gesù.
Due episodi influenzano questa scelta. Il primo fu la così detta “conversione”: nel 1713, all’età di circa vent’anni, Paolo, ascoltando un discorso del parroco, resta folgorato dalla grandezza dell’amore di Dio. Fa una confessione generale della sua vita con il parroco e decide di “darsi ad una vita santa e perfetta”. Paolo ha vissuto la giovinezza sempre in grazia di Dio. Ma ora sente più forte l’attrattiva dell’intimità con Dio, della frequenza dei sacramenti e della meditazione quotidiana sulla vita e passione di Gesù.
Il secondo episodio fu una illuminazione eccezionale, avvenuta nel 1720, a 26 anni, mentre stava tornando a casa, dopo aver partecipato con grande fervore alla messa. Egli stesso racconta: “Per la strada andavo raccolto come in orazione; quando fui in una strada per voltare verso casa, fui elevato in Dio con altissimo raccoglimento, con scordamento di tutto e grandissima soavità interiore; ed in questo tempo mi vidi in spirito vestito di nero sino a terra, con sul petto una croce bianca sopra un cuore e che dentro aveva scritto il nome SS.mo di Gesù” (L. IV, 218). E’ la svolta fondamentale nella vita di Paolo.
Un anno dopo, il crollo di tutte le sicurezze umane, impedito di presentare al papa la regola del nuovo istituto, lo porta, nella basilica di S. Maria Maggiore a Roma, a fare voto di dedicare la sua vita a Gesù Crocifisso, ad amarlo e farlo amare, impegnandosi a fondare la Famiglia Passionista, nella quale la passione di Gesù sarà al centro di tutto. Questo voto è la base e il centro della vita di san Paolo della Croce, del suo camino spirituale, della sua attività e del suo insegnamento, che lo porterà alla grande scoperta che “la passione di Gesù è la più grande e stupenda opera del divino amore”. E’ la nascita della Famiglia Passionista.
Crocifisso con Gesù
A questo punto possiamo capire perché il traguardo della spiritualità di san Paolo della Croce: amare Gesù Crocifisso chiede la «partecipazione alla passione di Gesù». Il santo spiega tante volte che il dolore concreto, fisico o spirituale, dà all’uomo la possibilità di partecipare alla «croce di Cristo». Già nella prima pagina del suo Diario parla della comunione con il Cristo crocifisso: «Per misericordia del nostro caro Dio desidero solo d’esser crocifisso con Gesù». Questo è il programma e la chiave ermeneutica con cui interpretare la vita e il pensiero del nostro fondatore. Anch’egli può ripetere con l’apostolo Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19‑20).
La partecipazione alla passione di Gesù e la conformazione con il Cristo crocifisso è il tema centrale di tutto il Diario del santo. Il motivo più forte che lo spinge ad accettare il dolore è il desiderio di diventare sempre più simile al Signore crocifisso, il quale «in tutta la sua vita non ha fatto altro che patire». Questo desiderio è talmente forte che egli ha il solo timore che la sofferenza possa finire. Il suo cuore appassionato denuncia che «il mondo se ne giace in una profondissima dimenticanza delle amarissime pene sofferte per suo amore da Gesù Cristo nostro vero Bene, essendosi poco meno che estinta la memoria della sua SS.ma Passione», che non è più la base della vita, della famiglia, della cultura, della storia. Per fare di Cristo il cuore del mondo dobbiamo tornare alla contemplazione continua del Crocifisso.
Qui si trova anche la fonte della dignità umana. Alla scuola del Crocifisso s’impara ad essere apostoli e a proclamare il valore e la dignità dell’uomo, perché redento a caro prezzo con il sangue di Gesù. La spiritualità passionista, nata dal cuore appassionato di s. Paolo della Croce, è una proposta di vita evangelica molto concreta e semplice, riconosciuta dalla Chiesa come una valida forma di vita cristiana e di evangelizzazione.
L’importanza di porre al centro della vita il mistero pasquale
Gli studiosi riconoscono a Paolo il merito di aver messo al centro del suo cammino la passione di Gesù. Ma non tutti si sono resi conto della «potenza rivoluzionaria» di tale «centralità passiologica». Molti la considerano una «scelta devozionale», priva di grandi fondamenti teologici e di valide motivazioni pastorali. Per comprendere invece che la scelta della centralità del mistero pasquale della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo non è una semplice «scelta devota», ma una scelta con grande importanza teologica e pastorale, basta ricordare che il Concilio Vaticano II ha messo il mistero pasquale al centro dei suoi insegnamenti, dando una svolta epocale alla teologia e alla evangelizzazione del mondo. Ricordo in particolare i profondi cambiamenti teologici e pastorali dati alla Chiesa da uno dei documenti più importanti del Concilio, la «Gaudium et Spes», “la Chiesa nel mondo contemporaneo”, Cito un brano del numero 22. «Cristo è morto per tutti (cf. Rm 8, 32) e la vocazione ultima dell’uomo è una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto col mistero pasquale, nel modo che Dio conosce». In altre parole: “Tutti gli uomini sono chiamati alla vita divina e alla salvezza, perciò dobbiamo credere che lo Spirito Santo, nel modo che Lui sa, dia a tutti la possibilità di venire a conoscenza del mistero Pasquale di morte e risurrezione di Gesù, dal quale viene la salvezza”. Questa affermazione rivoluziona in particolare il mistero della salvezza, che viene ancorato al sacrificio della croce. Se tutti sono chiamati alla salvezza e se la salvezza viene dalla passione di Gesù, è necessario che tutti la conoscono. La teologia della croce ha qui una nuova visione della passione di Gesù e della sofferenza umana.
I frutti del mistero pasquale
Il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvare l’uomo intero, anima e corpo, per questo ha assunto un corpo umano e si è unito in certo modo ad ogni uomo (Vat. II, GS 22). Tutti i problemi umani, come la giustizia, la lotta tra bene e male, la sofferenza e la morte, trovano luce nella passione e risurrezione di Gesù, che continua in ogni uomo. Per salvare il mondo moderno l’unico mezzo è di farlo tuffare “nell’infinito mare della passione di Gesù” e del dolore umano. La teologia della croce, illuminata dalla luce della Pentecoste, offre a tutti la possibilità di diventare Chiesa, fraternità del risorto, chiamata alla preghiera e alla testimonianza. La diffusione della meditazione della passione di Gesù ha illuminato le croci umane e ha reso possibile il cambiamento profondo della maremma toscana tramite l’umile presenza dei missionari passionisti. Sono stati aiutati a rinnovarsi per primi i preti e le loro parrocchie. Sono state poi rinnovate popolazioni intere, specialmente i più poveri, i più abbandonati. i rifiutati dalla società. Il nostro fondatore fondava i suoi Ritiri nei luoghi dove le popolazioni erano più abbandonate e in difficoltà materiale e spirituale. L’annuncio della passione portava a un cambiamento enorme, sociale e spirituale. Il testo citato del Concilio Vaticano II sottolinea anche che la centralità della passione porta al cambiamento di mentalità, di sensibilità, di impostazione della vita spirituale e sociale. Del resto, nei documenti ecclesiali, ormai la spiritualità dell’amore umano, del matrimonio, del lavoro, della sofferenza è chiaramente tutta fondata sulla spiritualità pasquale, della morte e risurrezione del Signore. Certamente i termini, con i quali il mistero pasquale viene proposto oggi sono diversi da quelli del tempo di san Paolo della Croce, come notiamo da certe espressioni che troviamo nelle sue lettere. Occorre fare una utile rielaborazione, cambiando la forma e conservando la sostanza, in armonia con il linguaggio della Chiesa.
La contemplazione della passione è un esercizio per capire meglio la dignità di ogni persona, e per metterci a servizio, difesa e promozione della dignità di ogni persona, per la quale Gesù è morto in croce.
(Confr. Max Anselmi: Lettere ai laici, Vol I-I, pag. 62 ss.)
Concludendo. Il Concilio Vaticano II, mettendo al centro della “storia della salvezza” “il mistero pasquale”, ha confermato, con un linguaggio nuovo, quanto affermava san Paolo della Croce, che cioè la salvezza delle anime viene dalle piaghe e dal sangue di Gesù. Dopo anni di cammino, come Amici di Gesù Crocifisso, facenti parte della Famiglia Passionista, dobbiamo esaminarci se davvero Gesù Crocifisso è non solo il centro della nostra vita spirituale, ma anche del nostro comportamento, della nostra testimonianza e apostolato. Se è davvero così e si potesse spremere il nostro cuore, ne dovrebbe uscire fuori un Crocifisso!
Rifletti
1. Se per noi Passionisti, la passione di Gesù è il centro della vita, quali conseguenze pratiche ne ricavi?
2. Quale deve essere il nostro atteggiamento di fonte al dolore nostro e del prossimo?
3. In che senso il mistero pasquale di Gesù è per noi “fonte di salvezza, santificazione e di ogni bene”?
4. Essere Passionisti, Amici di Gesù Crocifisso, che cosa ci richiede?
P. Alberto Pierangioli
Nel 2011 abbiamo approfondito la conoscenza della vita di San Paolo della Croce, fondatore della famiglia passionista, svolgendo i seguenti temi, che potete sempre scaricare dal nostro sito:
1. San Paolo della Croce: chiamata a una grande missione – 2. Solo con Dio: Esperienza del Castellazzo – 3. Santo laico ed eremita – 4. Fallimento a Roma e voto della Passione – 5. Lunga peregrinazione e discernimento – 6. Giovane Fondatore – 7. Apostolo del Crocifisso – 8. Paolo mistico della Passione – 9. Direttore spirituale, le lettere – 10. Boom di ritiri e vocazioni – 11. Passionista al femminile – 12. Uomo tutto di Dio: il vero Paolo della Croce .
Nel 2012 e 2013 rifletteremo sulla “spiritualità passionista”, secondo gli esempi e gli insegnamenti del fondatore, con il programma approvato dal C. N. del 29-10-11.
Ecco le catechesi del 2012:
1Spiritualità passionista: La spiritualità dell’amore – 2. Spiritualità passionista: La passione di Gesù al centro – 3. la Spiritualità Passionista: Contemplare il Crocifisso – 4. la Lectio divina passionista – 5 – Ai piedi della croce c’è sempre Maria – 6 – Partecipare alla passione di Gesù – 7. La volontà di Dio al primo posto – 8 – La vita di fede – 9. Pescare le perle nel mare della passione di Gesù – 10. L’uomo il “niente” che si tuffa nel “Tutto” – 11. Da Gesù Crocifisso al Crocifisso Risorto – 12. La morte mistica e la divina natività.
La prima catechesi – La spiritualità dell’amore – vuole essere sintesi e base della spiritualità passionista, come vissuta e insegnata anche ai laici da san Paolo della Croce.
La vocazione passionista nella Chiesa
Gesù afferma: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv 14, 2) e s. Paolo apostolo spiega che tutti devono dare il loro contributo per edificare la Chiesa, il corpo mistico di Cristo (cf. 1Cor 12-14). Ognuno ha una chiamata particolare da scoprire e attuare. La spiritualità di un istituto ha lo scopo di aiutare chi vi aderisce a trovare il proprio ruolo nel piano di Dio. Chi è chiamato a collaborare alla edificazione del Regno di Dio, tramite una spiritualità particolare, deve conoscerla e mettersi al suo servizio.
Presentiamo le linee caratteristiche della spiritualità passionista.
S. Paolo della Croce, mosso dallo Spirito Santo, intuì che l’origine di ogni male nel mondo era la dimenticanza dell’Amore infinito manifestato da Dio nella passione di Gesù per la salvezza degli uomini.
Per questo annunciò instancabilmente con la vita e la parola la Passione di Gesù e radunò compagni per questo scopo. La fedeltà a questo carisma ha generato tanti santi nella Chiesa. La Congregazione Passionista ritiene valido anche oggi questo carisma per la salvezza del mondo.
Gesù chiama tutti a seguirlo, ripetendo: «Venite dietro a me», ma le strade della sequela sono tante, purché basate sul Vangelo e approvate dalla Chiesa. Il Signore chiamò san Paolo della Croce a seguirlo per una via particolare, rivelando a lui i misteri racchiusi nel Vangelo della passione, come ad altri fondatori rivelò altri aspetti del Vangelo. Noi Passionisti, religiosi e laici, siamo chiamati a seguire Cristo per questa via; è importante conoscerla bene. Dopo alcuni anni di sequela negli Amici di Gesù Crocifisso, ci si accorge se una persona ha capito e sta seguendo seriamente la spiritualità passionista, altrimenti, prima o dopo, l’abbandona o rimane ai margini del cammino, con una sequela molto superficiale. La vera sequela passionista è quella dell’amore, che fa accettare tutto, gioie e dolori, con amore e per amore. Per seguire sul serio Gesù Crocifisso, dobbiamo approfondirne la conoscenza, con la contemplazione. Benedetto XVI, nella sua enciclica «Deus caritas est», afferma che per capire “Dio Amore”, il punto di partenza deve essere «lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo… È lì che tale verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l’amore. A partire da questo sguardo, il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare» [DCE n.5].
«Il fianco squarciato di Cristo» è il simbolo dell’amore «fino alla fine» del Figlio di Dio. Dio è amore e tutto quello che compie lo compie per amore, come la creazione, la redenzione, la provvidenza, ma la passione è la prova più grande e convincente dell’amore della Trinità per noi. Possiamo vedere nella prima enciclica del papa le basi e la sintesi della spiritualità passionista, che “è la spiritualità dell’amore appresa dal cuore aperto del Crocifisso”. Paolo della Croce definisce la passione di Gesù, con una frase diventata celebre, «la più grande e stupenda opera dell’amore divino» (L. II,499), e poi «il miracolo dei miracoli dell’amore di Dio, la scuola divina ove s’impara l’altissima scienza della santità» (L. II. 726). Chiedo venia se nel presentare le catechesi di questo anno, ripeterò spesso queste frasi basilari del fondatore. E’ importante per noi approfondire la spiritualità passionista, per evitare il rischio di una conoscenza superficiale, che porta a una spiritualità lacrimevole, che si ferma solo sul dolore fisico di Gesù, senza penetrare nel suo cuore per scoprire il suo amore per il Padre e per noi, che lo ha portato ad accettare la sua dolorosa passione. “Amore per Dio e per i fratelli: ecco la spiritualità passionista”.
L’amore e la croce
Ma che cos’è e come si manifesta l’amore vero? L’amore non è solo sentimento, tenerezza. L’esperienza ci dice che su questa terra non c’è vero amore senza sacrificio e quindi senza sofferenza, perché l’amore vero è dono di sé e ogni dono è sacrificio. Paolo della Croce ha capito che anche l’amore di Dio include il dolore. Egli è vissuto immerso nel mistero della Passione di Gesù e da essa ha imparato «la passione dell’amore». Scrive queste parole stupende a una santa suora, Colomba Geltrude Gandolfi: «Se vi sentite tutta penetrata dalle pene dello Sposo divino, fate festa; ma questa festa si fa nella fornace del Divino Amore, perché il fuoco che penetra fin nelle midolla delle ossa trasforma l’amante nell’amato e mischiandosi l’amore col dolore e il dolore con l’amore, si fa un misto amoroso e doloroso, ma tanto unito che non si distingue né l’amore dal dolore, né il dolore dall’amore, tanto che l’anima amante gioisce nel suo dolore e fa festa nel suo doloroso amore» (L. II, 440).
Queste parole possono essere scritte solo da chi ne ha fatto una vera esperienza personale. Paolo voleva portare tutti alla scuola del Crocifisso, perché da lui imparassero ad amare “fino alla fine” Dio e il prossimo, fino a trasformare il dolore in un atto di amore.
Non siamo seguaci della croce, ma del Crocifisso
Questa è la base della spiritualità passionista, la prima lezione che dobbiamo imparare da san Paolo della Croce. Noi non siamo seguaci della croce, ma del Crocifisso; veneriamo e amiamo la croce, perché su quel legno c’è una persona che si è immolata per nostro amore. Vediamo la croce come frutto dell’amore. Accettiamo la nostra croce, perché ci fa partecipare alla croce di Gesù. Dall’alto della croce Gesù ci attira a sé e ci aiuta a trasformare il dolore in amore, il sacrificio in gioia.
La giovane ven. Carla Ronci, consunta dalla malattia, a chi le chiedeva come stesse, rispondeva: «Sono la sposa del Crocifisso» e voleva dire: «La sposa sta come sta lo sposo». La parola croce non deve spaventare. Quando parliamo di croce non pensiamo subito a croci eccezionali che il Signore ci riserva come Passionisti. Il Padre misericordioso darà il freddo secondo i panni. Pensiamo alla croce della vita e vocazione, ai doveri quotidiani, agli acciacchi dell’età e della salute, alle difficoltà di ogni giorno…
Ogni croce accettata con amore e per amore diventa meno pesante: una mamma accetta volentieri tutti i sacrifici della maternità proprio perché ama; un padre accetta il lavoro anche duro, perché lavora per la famiglia che ama; un giovane serio accetta il sacrificio dello studio e dell’impegno, perché ama la meta che vuole raggiungere. Il fuoco dell’amore, acceso da Gesù Crocifisso nei nostri cuori, rende dolce e accettabile ogni prova, ogni sacrificio. Allora non ci meraviglieremo più nel leggere quanto scriveva san Gabriele, che aveva lasciato una famiglia benestante e aveva abbracciato una vita piena di privazioni e sacrifici: «La mia vita è un continuo godere». Chi ama sta sempre nella gioia. Comprenderemo meglio i grandi sacrifici dei santi, di san Paolo della Croce, san Pio da Pietrelcina, la B. Teresa di Calcutta: con il cuore pieno di amore, ogni sacrificio sembra poca cosa e diventa gioia.
Spiritualità esigente, ma gioiosa e amorosa
La spiritualità passionista è una spiritualità esigente, ma è la spiritualità dell’amore e quindi della gioia e della vita, da approfondire e vivere con generosità. S. Paolo della Croce vuole un cammino straordinario, ma fatto con equilibrio e discernimento. Non vuole scrupoli o timori. Lui, così penitente con se stesso, non vuole mortificazioni e penitenze indiscrete, non adatte allo stato della persona. Vuole la santità di una vita matrimoniale vissuta serenamente. Vuole la responsabilità nei doveri del proprio stato. Propone di vivere il mistero pasquale di Gesù di morte e risurrezione, croce e gioia, morte e vita. L’immagine sempre sorridente di S. Gabriele è il simbolo di questa spiritualità; ma lo è anche la nostra Bruna, che dopo una vita passata sulla croce, poteva dire che “la sua vita era bellissima”
Ringrazio il Signore e mi commuovo quando vedo Amici che hanno capito il significato della sequela passionista e camminano con fedeltà e generosità verso la santità. Ringrazio il Signore quando vedo alcune Fraternità che sono vere Fraternità passioniste e cercano di guidarvi i propri membri. Sogno di vedere i nostri laici seguire le orme dei santi passionisti ed essere di stimolo anche a noi religiosi. Posso confidare che diverse cose buone della mia vita le ho apprese da voi laici e di questo vi sono molto grato.
Concludo che se c’è una “vocazione passionista”, c’è anche una “santità passionista”, secondo l’esempio del fondatore e di una grande schiera di santi passionisti, anche laici, come la ven. Lucia Burlini e santa Gemma Galgani. Se la spiritualità passionista è la spiritualità dell’amore, anche la santità passionista è la santità dell’amore. Se “non c’è amore più grande di chi dona la vita per i propri amici” (Gv 15,13) non c’è anche santità più grande di chi ama fino a dare la vita per amore, fino a fare della propria vita una continua offerta di amore. P. Alberto Pierangioli
- Spiritualità passionista: la spiritualità dell’amore
- Spiritualità passionista: la passione di Gesù al centro
- Spiritualità passionista: contemplare il Crocifisso
- Lectio divina passiologica
- Ai piedi della croce c’è sempre Maria
- Partecipare alla passione di Gesù
- La volontà di Dio al primo posto
- La vita di fede
- Pescare le perle nel mare della passione di Gesù
- L’uomo il “niente” che si tuffa nel “Tutto”
- Da Gesù crocifisso al Crocifisso Risorto
- La morte mistica e la divina natività
Abbiamo presentato in questo anno, mese per mese, la vita e l’opera del nostro fondatore, San Paolo della Croce. Facendo una sintesi, ci chiediamo: “Chi era realmente Paolo della Croce, che la Chiesa ha proclamato santo e ne ha posto una statua nella basilica di San Pietro, in mezzo alla schiera dei più grandi santi?”. Un suo grande conoscitore lo ha definito “Un uomo tutto di Dio” (Lippi, S. Paolo d.Croce, p. 261).
“Un uomo”, ricco come pochi di tante belle qualità e dote umane che rendono eccezionale una persona, ma anche con le caratteristiche e i limiti propri della natura umana e di ogni carattere.
“Tutto di Dio”: un’abbondanza di tanti doni di Dio e di tante eroiche virtù, che hanno arricchito la sua vita da renderlo un grande santo e un grande fondatore, attuale anche nella Chiesa del dopo Concilio e nella società difficile in cui viviamo. Il Signore gli donò dei genitori ricchi di fede e di figli. Da loro apprese il cammino di santità, l’amore per la Passione di Gesù, per la solitudine e per la penitenza, l’impegno per il lavoro alla luce di Dio, il primato di Dio in ogni cosa: doni che furono poi i capisaldi di tutta la sua vita.
La formazione di Paolo
Paolo non si dedicò alla vita religiosa nella prima giovinezza. Primogenito di ben sedici figli, si impegnò presto ad aiutare il papà nelle sue attività commerciali, fino a 27 anni. Si formarono allora alcune caratteristiche della sua personalità che lo accompagnarono anche in seguito, nella sua missione di fondatore, di apostolo e di padre spirituale. Un uomo concreto, pratico, realista. Proverbiale la sua schiettezza. Aiutando il padre in bottega o trasportando merce da un paese all’altro, attraverso pericoli di ogni genere, sviluppò un forte senso pratico e amore per le cose concrete. Era pieno di inventiva. Si formò un carattere comunicativo, socievole, sincero, che lo faceva ricercare da un numero grande di persone. Dell’uomo di commercio Paolo conserverà le doti di agilità mentale, decisione, facilità a mettersi in viaggio e ad affrontare rischi e pericoli. Aborriva le lungaggini della burocrazia anche ecclesiastica. Seppe trattare con saggezza gli grandi problemi che il sorgere della nuova congregazione suscitava nella Chiesa del Settecento piena di compromessi. Non adulò i potenti, ma ricorse al loro aiuto e fu riconoscente verso quelli che lo aiutarono.
Non ha composto trattati speculativi, ma dai suoi scritti è possibile ricavare una dottrina teologica e mistica profonda e coerente, da essere studiata ed esposta da insigni filosofi e teologi. Voleva che i suoi religiosi fossero bene istruiti nelle scienze sacre. Desiderava avere in congregazione soggetti di alta qualità e abilità.
Aveva una cultura essenziale e concreta, con una grande intelligenza e una forte memoria. Oltre al “Diario” spirituale del Castellazzo, tanto apprezzato da grandi studiosi di mistica, e il trattatelo “La Morte Miastica”, scrisse varie decine di migliaia di “lettere” di direzione spirituale. Ne sono rimaste poco più di 2000, che si leggono anche oggi con interesse, gioia e frutto spirituale.
Paolo viene descritto come un carattere “sanguigno e fortemente emotivo”. Questa emotività sì manifestava nella facilità a commuoversi fino al pianto. Molti testimoni parlano delle sue lacrime nella celebrazione della messa, nelle prediche e negli incontri personali. Era anche tenerissimo negli affetti, frutto dell’ottima esperienza affettiva fatta in famiglia. Verso i giovani passionisti aveva una tenerezza paterna: li abbracciava, stringendoli forte al petto e piangendo. Li chiamava «angeli in carne». Il solo vederli tanto devoti, pronti e silenziosi nei loro santi esercizi, lo commoveva. Aveva una grande tenerezza anche verso i fratelli laici e i missionari che tornavano stanchi dalle missioni.
L’emotività si manifestava in lui anche nella facilità ad alterarsi. É un difetto ricordato nei processi. Nessun testimone attribuisce questa caratteristica a scarsa virtù, ma solo al suo temperamento sanguigno. Ciò che impediva a questo carattere forte di far soffrire gli altri era l’amore. Quando doveva rimproverare, lo faceva con energia, ma anche con tanta carità e spesso con manifestazioni di tenerezza con chi accoglieva bene il rimprovero. La sua carità e delicatezza senza limiti coprivano e riparavano tutto, pronto anche a chiedere scusa e perdono. Un teste ricorda: «Riscuoteva più amore dopo fatta la correzione che prima, perché, se vedeva che un suddito la prendeva in buona parte e si umiliava, il santo gli faceva volto sì buono e gioviale ed accoglienze sì amabili che rapiva i cuori».
Uomo ottimista, allegro, umorista. Da uomo aperto ed estroverso, egli manifestava le sue gioie con la stessa naturalezza con cui manifestava le sue angustie. Non accettava aspiranti alla vita passionista che avessero un carattere malinconico, perché, diceva, in genere non fanno una buona riuscita.
La sua dottrina mistica non era un dolorismo sentimentale, perché la gioia cristiana era sempre presente nell’esperienza della croce. Questa gioia si manifestava spesso nell’umorismo. Sembrerà strano che si attribuisca umorismo al fondatore dei Passionisti, ma i suoi scritti e tante testimonianze che lo riguardano abbondano di uscite umoristiche.
Grande contemplativo e mistico
Un carattere fortemente attivo ed estroverso non gli impedì di essere un grande contemplativo, amante della solitudine e della continua comunione con Dio. Pochi religiosi di vita attiva hanno viaggiato c operato quanto Paolo della Croce. Ma è anche vero che pochi contemplativi hanno passato tanto tempo nel silenzio e nell’orazione quanto ne ha passato lui fin da giovane, con un’attrazione irresistibile per la preghiera che lo porta a dedicarle fino a 7 ore tra giorno e notte. Questo ci fa capire le basi di una sua espressione dell’età matura: «Io non posso capire come mai si possa trovare qualcuno che non pensi sempre a Dio».
Da questa forte esperienza di Dio nasceva la continua coscienza della presenza di Dio. «Tutta la sua vita - attesta un religioso - è stata una continua attenzione a Dio. Ogni volta che lo vedevo, sembrava che stesse sempre in orazione». Per questo esortava continuamente religiosi e laici a tenere sempre accese le lampade della fede, speranza, carità, cioè a vivere alla presenza di Dio.
Per alimentare la vita interiore, pratica il distacco dal mondo, la penitenza e la solitudine. Queste scelte Paolo colpiscono soprattutto perché le ha fatte da laico, prima di essere ordinato sacerdote a 33 anni.
Le vette dell’esperienza mistica
L’esperienza spirituale più significativa di san Paolo della Croce è stata il dono delle stimmate interiori e l’unione sponsale per amore puro con il Crocifisso, il così detto matrimonio mistico, che è una esperienza di amore e intimità con Dio così forte, come lo è, sul piano umano, il matrimonio tra due persone. Alcuni studiosi fanno risalire questi doni alla prima giovinezza, altri li pongono nell’ultimo periodo della vita, almeno nella forma più piena. Certo già nella grande esperienza mistica dei 40 giorni di Castellazzo, troviamo alcuni doni mistici eccezionali. Nel “Diario” dei 40 giorni, san Paolo della Croce ricorda:
“Il desiderio di essere crocifisso con Gesù; il dono delle lacrime; elevazioni in Dio con altissima soavità; colloqui d’amore con Gesù al quale racconta i suoi tormenti; le pene di Gesù infuse nell’anima; giubilo e desiderio di patimenti tanto grande che “il freddo, la neve e il gelo parevano soavità”; languire per la perdita di tante anime; cognizione di sé stesso come peggiore di un demonio; paura che gli vengano tolti i patimenti; esperienza di patire senza conforto, come di una grande grazia e timore di perderla; esperienza di bere amore al Cuore di Gesù; cognizione dell’anima unita con vincolo d’amore con la ss. Umanità di Gesù e insieme liquefatta ed elevata alla cognizione alta e sensibile della Divinità”. Queste sono già esperienze mistiche eccezionali, soprattutto se si pensa che si tratta di un giovane che è all’inizio di un forte cammino spirituale.
Seguono poi circa 50 anni di vita intensa impegnata nella fondazione della congregazione e in un grande apostolato, con pochi giorni di sole e molti di fitta nebbia, con pene interiori tanto forti “da non voler augurare – diceva – neppure ai cani”. E’ il “nudo patire senza conforto”, per condividere l’amore e il dolore del Crocifisso, per la salvezza delle anime, uno stato d’animo che ha meritato al santo il titolo del “principe dei più grandi desolati”. Scriveva: “Cammino per vie spaventose e passo la povera mia vita sepolto sotto acque profonde, amare e tempestose”. Dopo tante esperienze mistiche, il suo timore è che Dio sia sdegnato con Lui e lo abbandoni. Ma la fede non vacilla: “Più vedo crescere travagli, più voglio sperare in Dio”. E trova l’ancora di salvezza nell’accettazione della volontà di Dio: “Il mio cibo continuo sia la volontà di Dio”. Negli ultimi anni della sua vita la bufera incomincia a dissiparsi e pian piano torna a risplendere il sole.
Nella settimana santa dell’anno 1768, nel Ritiro di S. Angelo di Vetralla, Paolo della Croce volle fare l’adorazione di 24 ore davanti al cosiddetto «sepolcro». In quell’intensissima adorazione, il Signore gli imprime fisicamente sul cuore gli strumenti della Passione: è una stigmatizzazione particolare «con un misto di eccessivo amore e di eccessivo dolore». Poco dopo questa esperienza, sempre nel Ritiro di S. Angelo, Paolo viene abbracciato dal Crocifisso. Questo abbraccio fissa nei secoli l’immagine più vera di san Paolo della Croce. E’ il compimento dell’unione sponsale con il Crocifisso. Con essa il santo, compenetrato dai doni dello Spirito Santo, ottiene una particolare partecipazione di amore e di dolore con Gesù Crocifisso, un tutt’uno con Lui e con il suo corpo mistico, in particolare con i più bisognosi di salvezza.
Concludendo, è possibile ancora oggi sentire il fascino di san Paolo della Croce e l’attualità del suo messaggio, approfondendo la conoscenza della sua persona, della sua vita e del suo insegnamento.
Questo è San Paolo della Croce: un santo austero, ma sensibilissimo e amabilissimo, grande mistico e grande apostolo, pieno di tenerezza e di carità. Un grande uomo pieno di Dio.
Rifletti
1. Quali aspetti della vita di S. Paolo della Croce ti hanno colpito di più?
2. Quale catechesi di questo anno ti ha colpito di più e perché?
3. Che cosa dice oggi a noi San Paolo della Croce?
P. Alberto Pierangioli
San Paolo della Croce non ha fondato solo il ramo maschile dei Passionisti, ma anche il ramo femminile delle monache passioniste di clausura. La prima idea di un ramo femminile che affiancasse quello maschile, soprattutto con la preghiera, Paolo la manifesta già nell’eremo di Sant’Antonio. Parlando di due fervorose giovani, scrisse ad Agnese Grazi: « Speriamo che esse saranno un giorno compagne della nostra devozione» (L.L. I-II p. 1218). Alcune prime discepole del santo lo sollecitano circa la fondazione di suore passioniste, che Tommaso Fossi vorrebbe già realizzare nell’isola d’Elba. In varie lettere Paolo, che seguiva con tanto impegno diversi monasteri femminili e spesso ne vedeva la decadenza, mostra di sognare un monastero passionista, ma lo considera un sogno difficile da realizzare.
La ven. Lucia Burlini gli confida di aver visto in visione Gesù crocifisso attorniato da uno stuolo di «colombe», che gli volano attorno per confortarlo e fargli compagnia. Colpito da questa visione, Paolo invita la serva di Dio a pregare per tale scopo. Ma la storia si trascina per trent’anni, con tante difficoltà.
Il progetto di Paolo era inglobato nell’unica ispirazione di «radunar compagni» e compagne nel nome di Gesù crocifisso. Come in tutto il suo agire, culla nel cuore il progetto del ramo femminile passionista, ma con distacco e abbandono a Dio. Ne parla a volte nella direzione spirituale, che suscita attese impazienti e l’illusione che si stia per partire da un momento all’altro. Invita a pregare e a cercare la volontà di Dio. Dopo la negazione dei voti solenni, ai quali si riteneva legata la possibilità del ramo femminile, Paolo si sente ancora più incerto sul da fare.
Nel 1739 predica un corso di esercizi spirituali alle benedettine di Tarquinia. Conosce la venerabile Maria Crocifissa Costantini della quale sarà direttore spirituale fino alla morte. Le scrive anche centinaia di lettere di direzione spirituale, che M. Crocifissa distruggerà in gran parte, perché vi si parla bene di lei. Ne salva solo trentadue. La comunione spirituale dev’essere profonda se solo di lei Paolo osa affermare: «Nel povero mio cuore tu hai sempre avuto il primo posto fra tutte le anime che ho servito per la gloria di Dio». Nel 1741 anche lei riceve dal Signore lumi circa un monastero passionista. Ma gli anni scorrono senza che succeda nulla.
I Costantini sono amministratori del monastero delle benedettine di Tarquinia e conoscono Paolo sempre più intimamente e lo ospitano ogni volta che torna a predicare nel monastero. In quelle occasioni non mancano segni straordinari operati da Paolo che legano sempre più i Costantini a lui. Sono benestanti e la famiglia non ha prospettive di discendenti, perché le tre figlie sono monache benedettine. Si offrono a contribuire alla costruzione del ritiro dei passionisti a Tarquinia e a edificarvi un monastero per le passioniste. Nel 1757, Paolo così scriveva a Domenico Costantini:
“Lei si armi sempre più di grande confidenza in Dio; non lo spaventino le difficoltà, Dio le farà vedere prodigi. Sarà un’opera per la pura gloria di Dio e per farne un nido per le pure colombe del Crocifisso, perché facciano perpetuo lutto per la santissima Passione, ungendo le piaghe divine col balsamo delle loro lacrime sgorgate da cuori veramente ardenti d’amore”. E’ uno straordinario programma di vita contemplativa, come fine della nuova fondazione.
Il 9 gennaio 1759 viene posta la prima pietra del nuovo monastero, ma la costruzione procede a rilento. Il Costantini pretendeva di interferire nella vita delle future monache, togliere regole troppo rigide, appoggiato anche dal vescovo. Ma Paolo si opponeva e scriveva: «Noi vogliamo fare un monastero di anime grandi e sante, morte a tutto il creato e che si assomiglino nelle sante virtù a Gesù Appassionato e a Maria Addolorata». Paolo la spunta: al Costantini spetta la costruzione dell’edificio di mattoni, a Paolo spetta di stabilire l’impalcatura spirituale.
Nel marzo del 1760 Paolo comunica con gioia:«Il nido delle pure colombe di Gesù è già coperto». Chiesa e monastero sono dedicati alla Presentazione di Maria al tempio, come il primo ritiro del ramo maschile.
Il nuovo papa Clemente XIV, amico di Paolo, approva la regola composta dal santo. Nel 1770 Paolo visita il monastero già terminato e richiede alcuni ritocchi specialmente per avere una clausura più rigida.
I1 3 maggio 1771 dieci postulanti, guidate da madre Maria Crocifissa Costantini, che, con il permesso del papa, lascia il monastero delle benedettine, si portano in cattedrale per essere vestite dell’abito passionista. Poi le undici religiose, con la croce sulle spalle e la corona di spine sul capo, piene di gioia, fanno il loro ingresso in monastero. Tutta la città partecipò commossa e festante a questa cerimonia. Furono consegnate le chiavi a madre Crocifissa e si stabilì nel monastero la clausura perpetua. Le dieci compagne di madre Maria Crocifissa erano state preparate per anni personalmente da Paolo.
I1 20 maggio 1772 le novizie emisero la professione religiosa dei 4 voti, povertà, castità, obbedienza e voto della Passione, con lo stesso rito dei confratelli passionisti: suono delle campane a morto, mentre si legge il racconto della passione secondo Giovanni e le novizie si stendono a terra per indicare la mistica morte a tutto ciò che non è Dio. Paolo, gravemente malato, non poté partecipare alla inaugurazione, ma provò una gioia così grande per la realizzazione da dire che, se fosse stato presente, non avrebbe retto all’emozione. Offrì al Signore il sacrificio di non vedere mai le proprie figlie spirituali vestite del suo stesso abito. Egli può essere soddisfatto di questo inizio e resta in contatto epistolare con loro. Ormai non può muoversi da Roma. A lui basta sapere che esistono, radunate dalla stessa forza di amore al Crocifisso che Dio gli ha dato di sprigionare, perché nei secoli continuino a volare, cioè a diffondere il ricordo della prova suprema dell’amore di Dio.
Le religiose passioniste
Iniziava così una forma di vita tra le più umili e crocifisse, che darà alla Chiesa molte anime contemplative, sante e nascoste al mondo. Le religiose passioniste emettono il voto specifico di fare e promuovere la continua e grata memoria della passione di Gesù, come i Passionisti. Contemplazione la Passione di Gesù per circa tre ore quotidiane, oltre l’ufficiatura diurna e notturna ed il silenzio custodito gelosamente. Accompagnano spiritualmente i confratelli passionisti nelle missioni, pregando, «giorno e notte per la conversione delle anime, massime delle più traviate» (Regola).
La passionista più nota sarà una giovane che non potrà nemmeno entrare in monastero, ma che vivrà più di ogni altra lo spirito della passione, santa Gemma Galgani, di Lucca (1878-1903), stigmatizzata nel corpo e nell’anima, una delle più perfette immagini femminili del Cristo Crocifisso. Oggi i monasteri di monache passioniste sono circa trentacinque, sparsi in una ventina di nazioni e vari continenti.
Nel 1825 la marchesa Maddalena Frescobaldi di Firenze, che già dal 1812 aveva dato inizio a una congregazione di vita attiva ispirata alla passione di Gesù, trascorse qualche tempo nel monastero di Tarquinia, per conoscere meglio la regola e la spiritualità passionista e così fare nascere la congregazione delle suore passioniste di San Paolo della Croce di vita attiva, che ora sono diffuse in diverse nazioni.
Vivendo pienamente la spiritualità passionista, con la loro vita di preghiera e di azione sono spesso le collaboratrici più preziose dei missionari passionisti. Così l’albero della Passione, piantato da S. Paolo della Croce, diventa sempre più rigoglioso e completo. Da esso sono poi sorti altri istituti maschili e femminili che arricchiscono la Chiesa di Dio.
La vita contemplativa
Molti si chiedono: ha un senso oggi la vita religiosa contemplativa, mentre c’è tanto da fare nella Chiesa per difendere e diffondere la fede e tante anime si perdono perché non c’è nessuno che parli loro di Dio?
Risponde la “Regola” delle monache passioniste:
“Le religiose della Passione, partecipi del dono eminente della vita contemplativa, si consacrano interamente al mistero della redenzione, cercando di progredire sempre più in quella scienza che l’Apostolo chiama “la follia della Croce”(1Cor 1,22-26)… Esse sono chiamate nella Chiesa ad essere segno dell’amore di Gesù Crocifisso verso il Padre e verso gli uomini. Contemplano assiduamente il mistero pasquale di Gesù, “la più grande e stupenda opera del divino amore” (Lett. II, 499) , certe di contribuire nella forma più piena alla presenza della Chiesa in mezzo agli uomini” (AG 18). Coscienti della infinita grandezza di Dio, vivono in uno speciale impegno contemplativo per la lode della sua gloria, consapevoli che questa è la loro ragione di essere fondamentale nella Chiesa. Inoltre convinte della assoluta necessità della grazia divina per la fecondità dell’apostolato, offrono la loro incessante orazione e la loro gioiosa penitenza affinché Dio invii operai zelanti, converta i peccatori, apra lo spirito dei non cristiani alla parola della salvezza…. Le religiose della Passione sono chiamate a testimoniare il primato assoluto di Dio. Comunicando allo stesso carisma dei fratelli passionisti,attuano in modo preminente l’aspetto contemplativo del loro comune carisma, si sentono partecipi della stessa missione nella Chiesa e sostengono l’apostolato dei loro fratelli affinché possano promuovere in tutti i cuori la vera devozione verso l’Appassionato Gesù, nostra vera vita ” (Lett. V 150) (Regola, Parte Seconda: La nostra vocazione nella Chiesa).
Girando per il mondo, ho visto in Palestina, in Sud Africa e in altre terre lontane ampie terre aride e deserte cambiate, dopo pochi anni, in terre feconde con la piantagione di tanti alberi che potevano sembrare inutili, perché non erano alberi da frutto, ma che hanno cambiato profondamente il clima della zona, che è diventata poi feconda e ricca di frutti. Sono come le anime contemplative che possono sembrare inutili alla società, ma che nel nascondimento, nel silenzio, nella preghiera, nel sacrificio attirano la grazia di Dio, che cambia la faccia della terra. I monasteri contemplativi sono i parafulmini dell’umanità e le calamite che attirano la grazia di Dio sulla terra; così sono anche nei nostri gruppi tante sorelle e fratelli anziani o malati, che ora non possono più correre e partecipare, ma pregano per i fratelli e sorelle attivi e attirano la grazia di Dio su di loro.
P. Alberto Pierangioli
“Lascio la Congregazione ben fondata”.
San Paolo della Croce è stato definito il “gigante della Croce”, il più grande “mistico e apostolo del Crocifisso”, un grande “direttore di anime”, “l’apostolo dei banditi” ecc. Ma il titolo con il quale ci piace ricordarlo in questa riflessione è di “fondatore della Famiglia Passionista”: i religiosi, le monache, le suore e i laici passionisti, e di ispiratore del “carisma passionista” per tanti altri istituti maschili e femminili che si rifanno alla sua vita e ai suoi insegnamenti. Dopo una vita di sacrifici e impegni per questa missione, poteva dire: “Lascio la Congregazione ben fondata”.
Educato cristianamente da pii genitori, primo sopravvissuto di 16 figli, passa la prima giovinezza aiutando il padre nel piccolo commercio, vivendo una vita cristiana secondo gli insegnamenti della sua santa mamma, che gli parlava spesso della passione di Gesù e degli esempi eroici dei primi anacoreti.
Il Signore stesso incomincia presto a parlare al suo cuore. Nei vari viaggi che intraprende per il commercio, gli capita di ammirare paesaggi incantevoli, chiesette solitarie immerse nei boschi e incomincia a pensare che sarebbe bello vivere in quei luoghi silenziosi e solitari per pensare solo a Dio, parlare con Lui e ascoltarlo. Frequenta la confraternita del paese e ne diventa animatore e pensa che tanti cristiani hanno bisogno di guide. Poi nel 1720, a 26 anni, c’è un intervento diretto di Dio: tornando a casa dalla messa, tutto raccolto in Dio, lungo la strada del paese si vede in visione vestito di nero, con sul petto una croce e un cuore bianco, sul quale è inciso il nome di Gesù. Capisce che il Signore vuole da lui una vocazione e missione particolare.
Si confida con il suo vescovo che il 22 novembre 1720 lo veste di un abito nero di eremita e gli chiede di ritirarsi nella chiesa di S. Carlo a Castellazzo Bormida AL, per chiarire la sua vocazione. Lì, per ordine del vescovo, scrive un Diario e la regola di una nuova famiglia religiosa; passa 40 giorni in preghiera e penitenza, con grandi prove e illuminazioni divine, con profonde esperienze mistiche con Gesù Crocifisso. É stato scritto che “Paolo entrò in San Carlo come un novizio e ne uscì come fondatore”.
Si dedica subito a un intenso apostolato nella sua patria. Nel settembre 1721 parte per Roma, per presentare al papa la regola del nuovo istituto. Viene allontanato in malo modo dal palazzo pontificio. Come risposta, va nella Basilica di S. Maria Maggiore e davanti all’immagine della Madonna fa voto di dedicare la sua vita ad “amare e fare amare Gesù Crocifisso”. Ora ha chiaro che cosa vuole Dio da lui: fondare una famiglia religiosa che abbia come scopo di fare e vivere il suo stesso voto della passione.
In compagnia dell’inseparabile fratello minore, Giambattista, inizia più di 10 anni di peregrinazioni in varie regioni d’Italia per attuare il suo progetto. Nel 1727 è consacrato sacerdote dal papa insieme al fratello. Con il titolo di “missionario apostolico”, nel 1728 si stabilisce sul Monte Argentario, nel poverissimo “Romitorio di S. Antonio”, per stabilirvi una prima comunità. Ma le difficoltà sono ancora tante. I candidati vengono e vanno. Finalmente la Madonna gli appare e gli indica dove costruire la prima casa del nuovo istituto. Con sacrifici enormi e tante difficoltà nel 1737 viene aperto il primo “ritiro” e consacrata la prima chiesa passionista dedicata alla Presentazione al tempio di Maria SS. Nasce così sul Monte Argentario la casa madre passionista.
Boom di ritiri e vocazioni.
Il 15 maggio 1741 il papa Benedetto XIV approva la Regola Passionista. Sono trascorsi 20 anni di grandi prove dal fallito incontro di Paolo con un papa. L’11 giugno 1741 cinque sacerdoti e un fratello laico professano i tre voti comuni a tutti i religiosi, povertà, castità e obbedienza, più un quarto voto di “amare e fare amare Gesù Crocifisso”. Paolo lascia il cognome Danei e si firma “Paolo della Croce”. I nuovi religiosi vengono chiamati “passionisti”. La fede e la pazienza del santo hanno vinto. Ci saranno ancora ostacoli e prove sulla strada di Paolo, ma oramai la meta è a portata di mano.
Paolo e Giambattista, con altri compagni, uniscono alla vita comunitaria l’apostolato, che si allarga alla Toscana, Lazio, Umbria, Marche. É la missione passionista, che porta tante anime all’Amore Crocifisso.
Arrivano nuovi candidati, veri “confondatori” della Congregazione con Paolo e Giambattista, querce del giardino della Passione: P. Fulgenzio Pastorelli, primo formatore dei giovani passionisti; P. Marcaurelio Pastorelli, anche lui un grande formatore, con un influsso per secoli nella formazione passionista; Fr. Giuseppino Petruzzelli, primo laico passionista, proverbiale per umiltà, lavoro, semplicità e doni mistici; Tommaso Struzzieri grande missionario e primo vescovo passionista. Le vocazioni crescono e l’unico ritiro dell’Argentario è pieno come un uovo. Nel 1744 vengono aperti i due ritiri di S. Angelo di Vetralla e di S. Eutizio in provincia di Viterbo. E poi pian piano altri ritiri e tanti ottimi religiosi.
Dopo il fallito primo incontro con un papa, Paolo, nella sua lunga vita, incontrerà molti papi che apprezzeranno il suo lavoro di fondatore. Benedetto XIV dirà: “Questa Congregazione nata per ultima doveva essere la prima”. Al termine della vita, ha la gioia di incontrare Clemente XIV, che lo chiama “babbo mio”, approva solennemente la congregazione passionista, lo va a trovare malato e gli fa il dono grandissimo della grande basilica e casa generalizia dei Santi Giovanni e Paolo sul Celio.
La Congregazione della Passione prende così il suo posto nella Chiesa di Dio. Ha la grazia di avere per guida per tanti anni il suo fondatore, rieletto per cinque volte superiore generale, fino al 1775, quando è già sul letto di morte e supplica, piangendo, di pensare ad altri, perché lui è incapace e afferma di aver fatto solo del male alla congregazione. Rivede per l’ultima volta la Regola e partecipa al Capitolo Generale, portato a braccia su un seggiolone dai suoi religiosi. Un mese dopo la sua quinta rielezione vola al cielo.
Lascia 12 ritiri con 176 religiosi, pieni dello spirito del Fondatore. P. Tommaso Struzzieri, entrando nel noviziato del M. Argentario, aveva scritto: “Questi non sono uomini ma santi. Mi trovo fuori dal mondo, mi pare di stare tra gli angeli per la loro carità, unione, mortificazione”. Tanti altri santi, come Paolo della Croce, sono maturati sul Monte Argentario e negli altri ritiri della congregazione sparsi nel mondo.
Giustamente la Chiesa ha voluto che una grande statua del fondatore dei Passionisti fosse posta nella basilica di San Pietro in fila con i più grandi fondatori degli ordini religiosi.
Paolo fu un vero leader, con una profonda paternità spirituale, all’interno e all’esterno della congregazione. Sentiva la congregazione come opera di Dio, di cui lui era solo esecutore e custode, con una grande responsabilità. Il carisma della passione era per lui un dono di Dio per sé e per trasmetterlo ad altri.
Il primo che sentì forte il carisma di Paolo fu il suo fratello, il venerabile Giovanni Battista, sua guida e confessore fino alla morte e poi il P. Fulgenzio e dietro a loro una grande schiera di discepoli che lo riconobbero come “padre nello spirito” e lo vollero superiore generale fino alla morte. Sono stati essi, come “confondatori”, a trasmettere a noi il suo carisma e la sua paternità spirituale.
Anche laici cofondatori?
Possiamo considerare “confondatori” anche diversi laici, che non solo furono convinti discepoli di San Paolo della Croce, ma in qualche modo lo aiutarono anche nella fondazione della congregazione passionista e del primo monastero delle monache passioniste, non solo materialmente con le loro generose offerte, ma anche concretamente, vivendo e diffondendo la spiritualità passionista.
Le lettere ai laici ci fanno scoprire e ci comunicano il carisma della paternità spirituale di Paolo verso i laici. “Nell’epistolario troviamo esempi concreti di come anche i laici sono stati arricchiti di questo carisma e sono diventati capaci di esprimere all’occorrenza la loro paternità o maternità spirituale passionista. L’esempio di Tommaso Fossi non è l’unico. Agnese Grazi e Francesca Lucci, ambedue nubili e di cultura diversa, ma dotate di parole di sapienza, furono richieste da Paolo di esercitare la loro forte e chiara maternità spirituale nei confronti di qualche religioso passionista in crisi. Il cammino spirituale autentico fa maturare la capacità paterna e materna nel discepolo, in modo da generare ed educare i figli di Dio della sua famiglia, del suo ambiente, della sua comunità ecclesiale” (P. Max A, L. L. I-I p. 56).
Sto parlando a voi laici che avete abbracciato la spiritualità passionista negli “AGC”. Vi confesso che provo tanta gioia e mi commuovo ogni volta che vi sento chiamare S. Paolo della croce “nostro Padre o nostro Fondatore”. Sì solo lui, Paolo, è padre e fondatore degli AGC. Se non ci fosse stato lui, con la sua vita, i suoi carismi e i suoi insegnamenti, non ci sarebbero oggi gli AGC. É lui che con il suo esempio, la sua guida e la sua intercessione vi deve aiutare non solo a vivere da santi il cammino passionista, ma anche ad essere “veri confondatori degli AGC”, attirando altri laici a questo cammino. Il nostro movimento più che nelle mani di noi assistenti, ora è nelle vostre mani. Quando ero seminarista, il direttore ci diceva: “Un passionista che non attira almeno un’altra persona alla vita passionista, non è un buon Passionista”. Abbiamo avuto tra gli Amici diversi “confondatori”: intere fraternità sono nate o vivono per il loro zelo. Sono a pieno titolo nell’albo d’oro dei cofondatori degli AGC. Vorrei anch’io, al termine del mio pellegrinaggio, poter dire: «Lascio gli AGC ben fondati e in buone mani di confratelli e di tanti laici».
Rifletti
1. Consideri sul serio S. Paolo della Croce come “fondatore e padre”?
2. Puoi dire che ti sei impegnato sul serio per attirare altri agli AGC?
3. Oltre alla preghiera, quali mezzi ti hanno aiutato di più in questa “pastorale
vocazionale”?
P. Alberto Pierangioli
S. Paolo della Croce, definito il più grande mistico del 1700, è stato un grande direttore spirituale per religiosi, religiose, sacerdoti e per tanti laici. Lo ha fatto soprattutto per mezzo di lettere. Si calcola che abbia scritto più di 20.000 lettere di direzione spirituale; ne sono rimaste poco meno di 2500. Soprattutto nelle lettere ai laici scopriamo il carisma della vera paternità spirituale del nostro fondatore. Le missioni al popolo in tante regioni e gli esercizi spirituali a tanti monasteri gli procuravano molte conoscenze. Dopo l’ascolto delle sue prediche e la conoscenza nel confessionale, molti richiedevano la sua direzione spirituale. Tra i discepoli di Paolo ci sono tanti laici, nobili e persone del popolo, amministratori pubblici ed emarginati sociali, professionisti ed artigiani, padri e madri di famiglia, celibi e nubili, giovani, anziani, malati. «É tutto uno stuolo di cavalieri e artigiani, commercianti, soldati, professionisti, parroci, vescovi e cardinali, persone con usanze, cultura, condizioni sociali e interessi politici molto diversi; ma tutti si riconoscono sempre come figli spirituali del Padre Paolo» (E. Zoffoli).
Sono centinaia di persone, in maggioranza donne, che si rivolgono a lui. Paolo non accetta facilmente questo impegno. Si sente sempre incapace e inadeguato per un compito che stima tanto grande. Accetta solo dopo aver chiesto luce al Signore, aver constatato che questa era la volontà di Dio e aver visto nel richiedente la volontà di fare un cammino serio di santità. Una volta capito che Dio gli chiedeva questo impegno, non metteva limiti alla sua disponibilità. Scrive a Tommaso Fossi, padre di 8 figli e poi, da vedovo, sacerdote passionista, del quale conserviamo 179 lettere del santo:
“Io non ho mai pensato d’essere direttore né suo né di altri; e se credessi di saper dirigere, crederei d’essere un vero Lucifero in carne; Dio me ne liberi. Io ho intenzione di servire tutti e dare qualche consiglio santo, fondato su ciò che insegnano i maestri, a chi me lo chiede; così fo con lei e con gli altri, e così proseguirò. Se lei mi scriverà, sempre le dirò ciò che il Signore m’ispirerà” (LL n,283).
Agnese Grazi, nobile giovane di Orbetello, è guidata da Paolo alle vette della vita mistica per 15 anni fino alla sua morte, a 42 anni, assistita da Paolo, che la fa seppellire accanto ai religiosi nella chiesa dell’Argentario. Abbiamo 166 lettere scritte a lei: molte sono veri capolavori di spiritualità mistica. Le scrive: “Prego che il mio continuo cibo sia fare la Volontà di Dio, massime in cosa tanto delicata e gelosa, come è la direzione di spirito, in cui vi vuole santità, dottrina, esperienza, prudenza e gran chiamata di Dio, per questo non solo a lei, ma ad altre anime ho dato ripulse replicate, conoscendo la mia inabilità e somma imperfezione: ma non mi è riuscito, perché le anime alle quali ho date ripulse hanno avuto ispirazioni grandi che io le assista, ed io per obbedire alla Divina Volontà, le servo di continuo, e seguiterò finché Dio vorrà questo da me indegnissimo d’un esercizio sì nobile e divino. Bisogna pregare assai per me, perché Dio mi dia grande assistenza, e lume” (LL n. 437).
Il cammino indicato dal santo
Da fervente sacerdote quale era, Paolo inculcava certamente ai discepoli la fedeltà alle leggi di Dio e della Chiesa e l’adempimento dei doveri del proprio stato. Tuttavia, ogni volta che si imbatteva in una persona disponibile, la incamminava verso uno sviluppo pieno della fede e dei doni di grazia, cioè verso un cammino di santità. Ecco alcuni mezzi indicati dal Santo per questo cammino:
La meditazione quotidiana incentrata specialmente sulla Passione di Gesù. Alle persone più docili propone le vie della mistica cristiana, fino ai più alti gradi della contemplazione e unione con Dio.
La frequenza dei sacramenti,con la comunione quotidiana per alcuni,contro la mentalità del tempo.
L’adesione piena alla volontà di Dio, al “divin Beneplacito”, anche nelle grandi prove della vita.
La pratica generosa delle virtù cristiane, incominciando dall’umiltà, come base della vita cristiana.
Vivere continuamente alla presenza di Dio, fino a una profonda unione con Dio.
Una vita equilibrata e santa: niente scrupoli né timori, niente esaltazioni, esagerazioni e fuga dalla realtà, moderazione nelle mortificazioni e penitenze esteriori.
Vita matrimoniale serena, come cammino di santità coniugale. Fedeltà ai doveri del proprio stato.
Collaborazione dei laici alla formazione delle vocazioni di speciale consacrazione e premura e assistenza per gli emarginati sociali.
A coloro che condividono la spiritualità passionista, Paolo raccomanda di crearsi un ambiente adatto nella propria vita e casa per viverla in pieno. Senza questo ambiente, è impossibile pensare a un cammino serio di santità. Ciò vale per i religiosi, ma ancor più per i laici, costretti a vivere continuamente in prima linea.
Quando propone la spiritualità passionista non lo fa in modo astratto e teorico, ma propone un cammino concreto di vita per giungere al “Sommo Bene”, al “Divin Tutto”, alla “Divina Rinascita”, passando attraverso la “Morte mistica” della Passione di Gesù.
Dotato di tanti doni mistici, è molto prudente nel discernimento dei doni straordinari dello Spirito, per non confonderli con i frutti dell’immaginazione e della fantasia molto viva. Paolo spiega che il vero cammino di santità è frutto della grazia di Dio e fa vivere in un distacco sempre maggiore da se stessi e da tutto e da tutti, fino a giungere a vivere solo di puro amore con Gesù.
Parecchie storie di direzione spirituale documentate nelle lettere ai laici sono storie commoventi di santità, che meriterebbero di essere riconosciute anche dalla Chiesa, come quelle di Agnese Grazi, Tommaso Fossi, Lucia Burlini, Ercolani Girolama, una vedova della quale conserviamo 51 lettere scritte dal santo ecc.
Fa impressione vedere tante persone cercare con insistenza una guida spirituale sicura per un cammino di santità. Senza pensare a una vera organizzazione, Paolo considera i suoi discepoli laici membri della grande famiglia passionista, perché tutti in cammino verso la stessa meta.
Comportamento di Paolo con i suoi discepoli
Anche oggi i laici che vogliono vivere una vita veramente santa possono prendere come punto di riferimento questi autentici capolavori della grazia. Il santo non ci ha lasciato una riflessione metodica sulla direzione spirituale, né un trattato di teologia spirituale, ma abbiamo l’esempio di un santo che ha impiegato tanta parte della sua vita a guidare molti laici alla santità dell’amore, appreso dalla Passione di Gesù Cristo e i suoi suggerimenti e prassi in questa guida. Naturalmente la paternità e la figliolanza spirituale hanno bisogno di un clima di reciproca fiducia, di sincerità, di amore, un clima autentico di unica ricerca di Dio, fatto di grande fede e di serio impegno nel cammino cristiano.
Il comportamento di Paolo con i suoi discepoli era di grande disponibilità, amore sincero, comunione profonda, ma anche di pieno distacco, per vederli solo alla luce di Dio. Scriveva: “Se mi accorgessi di avere un minimo di attaccamento alle persone che dirigo, mai più le vorrei sentire, per non essere ladro dell’amore che si deve solo a Dio”. Molto prudente con le donne, che non guarda mai in volto, eppure a delle donne ha confidato le esperienze più profonde della sua vita mistica.
Ad Agnese Grazi scrive: “Oh se sapesse quanto Dio mi fa pensare all’anima sua per cooperare alla sua maggior perfezione! Mi creda che io stesso ne sono stupito!” (L I, 114). E ancora: “Io amo tutte le anime e con modo speciale quelle che Dio mi ha confidate per la santa direzione. Con queste l’anima è unita in vincolo di santa carità, ma così spirituale che niente più, perché tutto è fondato in Dio” (L. I,149-50).
Rosa Calabresi fu depositaria e in parte partecipe dei doni mistici più eccelsi di cui il santo fu arricchito da Dio e così li ha tramandati a noi nel processo per la canonizzazione del santo. A lei scrisse circa 500 lettere di direzione spirituale, che lei bruciò in una sua malattia, per non rivelare ad altri i doni ricevuti da Dio.
Lo spirito di san Paolo della Croce
In una preghiera, indirizzata a san Paolo della Croce, si chiede: «dona ai tuoi figli il tuo spirito».
Come ottenere lo spirito di un santo tanto innamorato di Dio Padre, del Cristo Crocifisso e dell’uomo fratello? Come far proprio il suo spirito apostolico ricco di ogni virtù? Paolo ricorda nelle lettere di non chiederlo a lui, ma a Dio, datore di ogni dono. É la via della preghiera sincera, costante, piena di fede.
Un’altra via importante è la conoscenza approfondita della vita e degli scritti del santo, in particolare le lettere che ha scritto ai laici per confrontarsi con esse: lo studio serio, comunitario e personale, a lungo andare forma per assimilare lo spirito passionista, il genuino carisma della Passione.
Concludo esortando chi vuole fare una cammino serio di santità passionista a cercare di trovare un direttore spirituale che conosca seriamente S. Paolo della Croce, i suoi esempi e i suoi insegnamenti e che abbia tempo e volontà di fare questo servizio. Nella situazione in cui viviamo, non è facile. Paolo stesso, citando santa Teresa d’Avila, scriveva che “fra mille sacerdoti, appena si troverà un vero direttore di spirito, esperto del cammino della santa orazione e di tutta la condotta spirituale” (Lettere III, 804). Per il santo un vero direttore doveva essere uomo di orazione, dotto e santo e molto disponibile. Preghiamo e cerchiamo, ricordando sempre quanto diceva il nostro santo: “il primo vero direttore spirituale è lo Spirito Santo”.
Rifletti
Hai mai avuto un vero direttore spirituale nella tua vita?
Per che cosa senti maggiormente il bisogno di un direttore spirituale?
C’è differenza tra confessore e direttore spirituale?
Hai ordinariamente almeno un confessore fisso?
P. Alberto Pierangioli






