Che bello sarebbe se potessimo mostrare sempre un volto felice! Ma nella vita non c’è sempre posto per la contentezza perché la fatica del vivere mette a dura prova le manifestazioni della gioia, sia pure quella del Vangelo.

Possiamo dire che in sé la tristezza non ha nulla di religioso, a parte forse la tristezza di non essere santo, come scriveva lo scrittore francese Léon Bloy. Difatti anche il Papa scrive nella Evangelii gaudium che non gli piacciono “i cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua” quasi che l’essere seri e senza sorriso sia un segno di santità. Anche Gesù avvertiva “E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6,18). Il Vangelo è quindi “buona notizia”, un messaggio di gioia.

Perché allora così spesso anche noi siamo tristi? Nel ritiro del mese scorso abbiamo parlato della paura che talvolta noi tutti abbiamo di Dio. Di come nei confronti di Dio ci sentiamo più giudicati che amati. Abbiamo detto che finché non superiamo questa paura non potremo convincerci di essere amati e non potremo sperimentare la gioia vera.

Se facciamo un raffronto tra il Dio in cui credevano i nostri nonni, quello nel quale crediamo noi e quello nel quale credono i vostri figli vediamo già che c’è una differenza.

Il Dio che veniva presentato ai nostri nonni o ai nostri padri e anche a noi è abbastanza diverso dal Dio che è presentato oggi. Allora c’è da chiedersi: ma come mai, è cambiato Dio?

No, Dio non cambia. Man mano che l’umanità cresce e nella crescita riconosce sempre di più il valore della dignità dell’uomo, scopre sempre di più il volto di Dio. E man mano che la Chiesa è sempre più fedele al messaggio evangelico, ecco che la verità di sempre su Dio viene formulata in maniera nuova.

Non è Dio che cambia è l’umanità che cresce, con l’umanità cresce la Chiesa; man mano che si radica nella fedeltà al Vangelo scopre quei volti di Dio che non sono una novità, c’erano sempre stati, ma erano come oscurati da tante cose.

Questo della scoperta del volto di Dio è importante, perché molta gente ha abbandonato la fede, ha abbandonato la Chiesa, per un’interpretazione sbagliata del volto di Dio.

È stato presentato un volto di Dio talmente estraneo a quello che è la vita dell’uomo, a quello che è il benessere dell’uomo, che le persone che ragionavano con la loro testa, non potevano non rifiutarlo.

Ci sono stati tanti che hanno rifiutato Dio perché veniva presentato in maniera contraria alla ragione umana. L’ateismo, purtroppo è sorto anche per colpa nostra. Lo ha detto il Concilio Vaticano II nella Enciclica Gaudium et Spes, dove dice che la responsabilità dell’ateismo incombe sui credenti – e lo leggo testualmente – “nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti”.

Quindi noi che ci reputiamo credenti possiamo essere stati in qualche modo responsabili dell’ateismo che c’è intorno a noi per aver trascurato di educare la nostra fede. Responsabile dell’ateismo lo può essere in qualche misura anche il magistero per una presentazione sbagliata o perlomeno riduttiva della dottrina. Hanno nascosto e non manifestano il genuino volto di Dio.

E continua il Concilio “questo fa sì che molti non credenti si rappresentino Dio in un modo tale che quella rappresentazione che essi rifiutano, in nessun modo è il Dio del Vangelo”.

Quelli della mia generazione sono stati educati ad un Dio che per un solo peccato mortale ti spediva all’inferno per tutta l’eternità. Non c’era proporzione tra la colpa e il castigo. Oggi vedete l’umanità cresce e l’umanità crescendo ha compreso che già la pena dell’ergastolo è una pena sproporzionata alla colpa dell’uomo.

Ebbene Dio per un unico peccato mortale ti spediva all’inferno (e per quelli della mia generazione il peccato mortale aveva un ampio ventaglio di scelta: ci facevano credere che se nei venerdì si mangiava una fetta di mortadella e ti andava di traverso e morivi, morivi in peccato mortale e andavi all’inferno, mica per mille secoli, ma per tutta l’eternità!).

Allora una persona che ragionava si chiedeva: “Ma com’è possibile che questo Gesù che a noi che siamo umani, limitati e imperfetti ci chiede di perdonare 70 volte sette e cioè in maniera illimitata, e lui, il Padre, perché non ci dà l’esempio? Per una sola colpa è capace di legarsela al dito per tutta l’eternità”.

Allora questo ha fatto sì che molte persone di fronte a questa presentazione di un Dio non corrispondente al Padre di Gesù come emerge dal Vangelo, hanno abbandonato la fede, o almeno la Chiesa.

Dunque è importante avere un’immagine esatta di Dio, perché dal rapporto che si ha con Dio dipende anche il rapporto che si ha con gli uomini.

La Chiesa, dobbiamo riconoscerlo, modifica piano piano il volto di Dio. A volte c’impiega un tempo eccessivo, ma prima o poi ci arriva e riformula la verità di sempre man mano che comprende di più il messaggio evangelico,

Un solo esempio: 1442 Concilio di Firenze.

Il concilio di Firenze decreta che la Santa Chiesa Cattolica Romana fermamente crede che nessuno al di fuori della Chiesa cattolica, né pagani, né Ebrei, né eretici o scismatici parteciperà alla vita eterna, ma andrà al fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Quindi la Chiesa nel XV secolo insegnava che tutti i non credenti, i mussulmani, gli Ebrei e anche i non cattolici (quindi non bastava essere cristiano per salvarsi, ma anche i non cattolici) quando morivano, erano destinati al fuoco per tutta l’eternità.

E di questo erano convinti e ancora oggi si trovano persone che sono convinte di questo. Noi abbiamo il dovere di convertire tutti perché chi non si converte va all’inferno. E’ quanto dicono i musulmani: se non ci facciamo musulmani siamo destinati tutti all’inferno: E loro sono convinti di questo. Lo eravamo anche noi nei loro confronti. Così siamo noi a dire a Dio che cosa deve fare.

Per fortuna però cinque secoli dopo, c’è stato un altro Concilio, il Concilio Vaticano II che nel 1964 ha affermato che tutte le persone, quindi Ebrei, Musulmani e anche i non credenti, e quindi tutti quelli che rispondono ai dettami della propria coscienza, si possono salvare. Perciò, tutte quelle persone che per secoli credevamo finite all’inferno, per un decreto, all’improvviso, si ritrovano in paradiso.

Ecco allora quanto è importante avere una retta conoscenza di Dio così come ci è stato presentato da Gesù.

Non Posso sentirmi amato da Dio se non lo conosco per quello che è realmente. Una errata conoscenza di Dio mi porta a sentirmi più giudicato che amato, più condannato che perdonato. Un Dio che in qualche modo ci siamo raffigurati peggiore di noi, non potrà interessare chi non crede. Non è più la paura di Dio che porta gli uomini a Lui.

Ci sono purtroppo delle novità anche in campo religioso che spaventano. Si preferisce restare legati alle tradizioni anche per quanto riguarda il nostro rapporto con Dio. Ci sembra di sentirci più sicuri conservando le tradizioni che avventurandoci in nuove interpretazioni anche della parola di Dio.

Abbiamo allora la tentazione di chiuderci alla possibilità di fare entrare il nuovo nella nostra limitata esperienza. Preferiamo essere dei conservatori. Conservatore è colui che pretende di mettere vino nuovo negli otri vecchi e così perde l’uno e l’altro (Mc 2,18-22).

Probabilmente questa tendenza ad essere conservatori ce l’abbiamo tutti quanti; basta dare uno sguardo al linguaggio che abitualmente usiamo:

“Come erano belle le feste di una volta!”. “Una volta sì che la gioventù sapeva divertirsi! Guarda invece oggi!”. Una volta c’era più rispetto! Più educazione! Più morale!” “Una volta sì che i genitori sapevano farsi rispettare!”. E che moda è questa? Una volta neanche i pagliacci si sarebbero conciati così…”. “Ah, le belle canzoni di una volta…”.

Forse anche noi ci troviamo d’accordo con queste espressioni. Il guaio è che andando a leggere libri e documenti del passato ci accorgiamo che un secolo, dieci secoli e anche venti secoli fa e pure migliaia di anni fa, ci si lamentava delle stesse cose.

Il Sinodo dei Vescovi non dell’anno scorso ma del 1794 riunitosi a Pistoia aveva affermato: “In questi ultimi secoli si è prodotto un generale oscuramento di verità di grande importanza che riguardano la religione e che sono alla base della fede e della dottrina morale di Gesù Cristo”. Il Papa Pio VI condannò come eretica questa visione pessimistica, eppure quelli erano tempi veramente bui. Pio VI è uno dei pochi Papi che abbia sperimentato la prigionia e che travolto dalla grande bufera della rivoluzione francese sia morto deportato, quindi in esilio.

Ogni generazione si lamenta della presente: “Così non si va più avanti” e rimpiange il passato: “Una volta sì…” ed è angosciata dal futuro: “Dove andremo a finire!”. Ma la storia dell’umanità, come diceva sant’Ireneo di Lione “non è quella di una penosa risalita dopo una caduta, bensì un cammino provvidenziale verso un futuro pieno di promesse”.

Ben settecento anni prima di Cristo così si lamentava il profeta Michea: “L’uomo pio è scomparso dalla terra, non c’è più un giusto fra gli uomini: tutti stanno in agguato per spargere sangue; ognuno dà la caccia con la rete al proprio fratello. Le loro mani sono pronte per il male; il principe avanza pretese; il giudice si lascia comprare; il grande manifesta la cupidigia e così distorcono tutto.  Il figlio insulta il padre; la figlia si rivolta contro la madre; la nuora contro la suocera e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua”.

In un papiro egizio di 5000 anni fa si legge: “Nemmeno i tempi sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori” e in un frammento d’argilla babilonese di 3000 anni fa è scritto: “Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura”. Esiodo, poeta del 700 a.C:, così descriveva il suo pessimismo: “Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata”.

Pietro l’Eremita, predicando la necessità della prima crociata nel 1095 diceva: “Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per i genitori e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Le ragazze poi sono vuote, stupide e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere”.

Platone, circa quattro secoli prima di Cristo si lamenta che “il padre si abitua a rendersi simile al figlio e a temere i figlioli, e il figlio simile al padre e a non sentire né rispetto né timore dei genitori, per poter essere libero… il meteco (straniero stabilitosi ad Atene ma senza diritto di cittadinanza)  si parifica al cittadino e il cittadino al meteco, e così dicasi per lo straniero… il maestro teme e adula gli scolari, e gli scolari s’infischiano dei maestri e così pure dei pedagoghi. I giovani si pongono alla pari degli anziani e li emulano nei discorsi e nelle opere, mentre i vecchi accondiscendono ai giovani e si fanno giocosi e faceti, imitandoli, per non passare da spiacevoli e dispotici…” .

Il poeta Giovenale (I-II sec. d.C) così si lamentava dei mali di Roma, del rumore, della delinquenza, del costo della vita:  ”Nelle case d’affitto non si dorme, il sonno a Roma costa orribilmente, alla radice dei nostri mali è l’insonnia”. (Giovenale, Satirae, III, vv. 232-236).  ”Case sprangate, botteghe lucchettate dappertutto. Nelle paludi Pontine, nella foresta Gallinaria, regnano l’ordine e la sicurezza garantiti da truppe: ma di là i briganti profughi si sono abbattuti sulla loro nuova riserva: Roma. In tutte le fucine, su tutte le incudini si fabbricano catene su catene. La maggior parte del nostro ferro è adoperato in ceppi da galera. Finiranno per scarseggiare gli aratri, per mancarci i badili e le zappe. Felici i padri dei nostri bisavoli! Beati i tempi dei re e dei tribuni quando bastava a Roma una prigione”. Giovenale Satirae, III, vv. 302-314)

“A Roma di un mestiere onesto non è il caso di parlare. Fatichi e non sei pagato.

La roba che oggi hai, è più scarsa di quella che avevi ieri, e sarà peggio domani. Perciò io me ne vado…” (Giovenale Satirae, III, vv.21-29).

“A Sora, a Frosinone, con quel che paghi a Roma di affitto per un ignobile buco, ti compri una casa incantevole, con un piccolo orto…” (Giovenale Satirae, III, vv. 223-231).

E Marziale a sua volta lamenta che a Roma diventata ormai troppo grande è faticoso viverci (Epigr. X,58,6-14) e non si sopportano più i rumori del traffico (Epigr. XI, 57, 1-5). Forse invidiava la soluzione presa dal Dio Enlil ai primordi dell’umanità: “Troppo pesante è per me il clamore dell’umanità, per il gran baccano che fanno sono privato del sonno. Che una peste li faccia tacere.” (Epopea di Atrahasis)

Secoli fa si lamentavano del presente come noi oggi e fantasticavano di un bel tempo passato… quando a Roma una prigione bastava e avanzava!

La scontentezza con la quale guardiamo e viviamo il presente non è certo esente dall’ influsso di certe devozioni intrise di pessimismo: citiamo solo il “gementi e piangenti in questa valle di lacrime” della “Salve regina”! Tanto contrario alla “pienezza della gioia” desiderata e augurata da Gesù (Gv 15,11; 17,13; 1 Gv 1,4). Lo stesso Antico Testamento insegna che sragionano quanti pensano che “la nostra vita è breve e triste” perché “non conoscono i segreti di Dio” (Sap 2,1.21). Ed è proprio non conoscere “i segreti di Dio” aver trasformato la vita da dono di Dio in penoso esilio!

Il passato ci sembra sia stato più bello solo perché è passato e quindi in parte dimenticato o idealizzato, e quindi potremo cambiare solo se quanto ci viene proposto ci sembra migliore del presente vissuto e già sperimentato nel passato

Dio, secondo l’autore dell’Apocalisse è “Colui che è, che era e che viene” (Ap 1,4).  L’apertura al nuovo è indispensabile per rimanere in sintonia con questo Dio “che viene”. Lui stesso ammonisce “Non ricordate più le cose passate! non pensate più alle cose antiche!” (Is 43,18). Se non si cambia continuamente c’è il rischio di diventare i guardiani di un mausoleo anziché i credenti di un Dio sempre in movimento e che continuamente crea: “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19), un Dio in continua manifestazione di se stesso.  Noi pensiamo di conoscere chi era Dio, e anche chi è ora, e già vediamo un profondo mutamento nell’immagine del Dio dei nostri nonni o dei nostri genitori e quello nel quale crediamo oggi. Ma, dobbiamo domandarci: quale sarà il “Dio che viene”, quello che conosceranno la generazioni future e che già si offre alla nostra conoscenza?

Dio chiaramente è quello di sempre, ma la comprensione da parte degli uomini cresce col tempo: quelli che in nome dello stesso Dio nel sec. XV venivano spediti all’inferno, oggi sempre in nome di Dio si salvano: non ha cambiato Dio, certamente, ma la sua comprensione da parte dell’uomo, che man mano che diventa più uomo riesce a scorgere meglio il volto di quel Dio dal quale è stato creato ad immagine e somiglianza (Gen 1,27).

Potremmo chiederci quanti di quelli che attualmente riteniamo peccatori, miscredenti ecc., degni tuttora del castigo infernale, tra qualche secolo ritroveremo tra i beati del paradiso?!?!

Cambiando l’immagine di Dio, paradossalmente cambia pure quella del… diavolo, che diventa pure lui un po’ più buono o per lo meno rende un po’ meno brutto l’inferno! Certo che oggi non credo sia più possibile ascoltare descrizioni dell’inferno come quella che fece San Leonardo da Porto Maurizio (l’inventore della Via Crucis) aprendo una predica sulle pene dell’al di là: “Vedeteli come tutti sono involti nel fuoco. Abissi di fuoco a sinistra, abissi di fuoco a destra; abissi di fuoco al disopra, abissi di fuoco al disotto; fuoco negli occhi, fuoco nelle orecchie, fuoco nelle vene, fuoco nelle viscere, dappertutto fuoco!” (Prediche, vol. II, p. 167).

San Paolo della Croce che era su contemporaneo predicava così anche lui. Oggi chi predicherebbe così? O meglio, chi li ascolterebbe al giorno d’oggi.

Noi sappiamo (o almeno crediamo di sapere) chi è Dio, chi è per noi. Ma dobbiamo pure cercare di conoscere il Dio che viene, quella “bellezza tanto antica e tanto nuova” che cantava Agostino per non rischiare come i contemporanei di Gesù che sapevano tutto su chi fosse Dio ma non l’hanno accolto quando si è reso presente: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

L’accusa dell’evangelista Giovanni è tremenda: i dirigenti del popolo, per restare tenacemente attaccati all’idea del Dio di sempre del quale si ritenevano legittimamente figli: “noi abbiamo un solo padre, Dio!” (Gv 8,41) avevano finito per trasformarsi nei mortiferi seguaci del nemico di Dio: Satana.

“Voi avete per padre il diavolo!”, li accusa Gesù (Gv 8,44). Distorsione terribile che finirà per ritorcersi sui veri credenti: “verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me.” (Gv 16,2-3).

Si comincia con l’erigersi a paladini di Dio e si finisce per diventare emissari del diavolo, e come lui persecutori e assassini dei veri credenti! (Cfr Gv 9,44). “Io vi mando i profeti e voi li uccidete!” (Mt 23,34).

Si impongono rigide regole per essere ammessi nel Tempio ma lo si converte in un covo di banditi! (Mc 11,17).

Ci si dichiara strenui difensori dell’ortodossia e si diventa trasgressori della giustizia: “Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono

muoverli neppure con un dito!” (Mt 23,4). Ci si richiama alla tradizione e in nome suo si svuota la Parola di Dio (Mc 7,8-13).

Si può come San Bernardo di Chiaravalle perdersi nella contemplazione di un Dio solo immaginato e scrivere sdolcinati trattati sull’amore di Dio ed essere un fanatico predicatore di quel massacro di innocenti che va sotto il blasfemo nome di crociata e quindi asserire che uccidere un ebreo non può venire considerato un omicidio ma solo “l’eliminazione di un male”. (Regola per i Templari).

Vedete c’è un proverbio, che credo sia blasfemo e che conosciamo tutti: “Non cade foglia che Dio non voglia”. Quindi se non cade foglia che Dio non voglia, se io malauguratamente distratto, dopo, uscendo da qua, inciampo e faccio un ruzzolone è… la volontà di Dio. Ebbene questo è blasfemo.

Questo proverbio nasce da un’inesatta interpretazione di un brano che si trova nel vangelo di Matteo dove Gesù vuol dire tutto il contrario.

Gesù alla gente proprio per darle piena fiducia in Dio dice: “Ma guardate gli uccelli del cielo…” Gesù parla proprio degli uccelli perché fra gli animali erano considerati i più inutili, i più insignificanti. Dice: “non ne cade uno a terra” non “senza che il Padre lo voglia, ma “all’insaputa del Padre Vostro”. Tanto più allora il Padre si preoccuperà di voi. Cioè Gesù dice: non preoccupatevi di niente. Fidatevi completamente del Padre vostro che si occupa e si prende cura anche degli aspetti più insignificanti della vostra esistenza.

La volontà di Dio non coincide con gli avvenimenti tristi della nostra esistenza.

C’è un’unica volontà di Dio che emerge dai vangeli ed è pienamente positiva. È un Dio che contrariamente al Dio che troviamo nelle religioni, sempre disgustato degli uomini, è un Dio totalmente innamorato che dice: troppo poca questa condizione umana che hanno, li voglio innalzare alla condizione divina. Questa è la volontà di Dio: che l’uomo diventi Dio; che l’uomo abbia la condizione divina. E tutta l’azione di Dio converge in questo. Quindi quest’immagine delle divinità pagane nemiche della felicità degli uomini è cancellata dal Dio di Gesù. Un Dio che c’invita ad essere pienamente felici qui! Certo uno si chiederà: ma come possiamo fare per essere felici qui? Gesù ce l’ha detto: la felicità non consiste in ciò che gli altri dovrebbero fare per voi, ma in ciò che voi potete fare per gli altri.

Se la mia felicità consiste in quello che gli altri devono fare per me, io rimango sempre deluso perché gli altri non possono entrare nella mia testa e pensare che io mi aspettavo una telefonata o una visita o un regalo. E quindi se noi la felicità la poniamo in ciò che gli altri compiono per noi, rimaniamo sempre delusi, sempre tristi.

Invece Gesù dice: la felicità è immediata, piena e totale perché non consiste in ciò che gli altri fanno per te, ma in ciò che tu puoi fare per gli altri.

E dice Gesù negli atti degli Apostoli: “Perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere” E Gesù c’invita ad avere la pienezza della sua gioia. Chi volontariamente, liberamente per amore si mette al servizio degli altri trova qui, su questa esistenza, la pienezza della sua felicità. Quindi questa immagine delle divinità pagane è completamente cancellata dal Dio di Gesù. Una purificazione del volto di Dio che è iniziata già nelle pagine dell’Antico Testamento.

Prendiamo soltanto alcuni schemi, alcuni esempi perché non possiamo vederli tutti. Gli uomini hanno proiettato in Dio tutte le loro aspettative e hanno creato, veramente a propria immagine e somiglianza, un Dio secondo quelle che erano le loro frustrazioni, le loro paure e le loro ambizioni e nel fare questo hanno proiettato in Dio il senso di giustizia. Siccome la giustizia degli uomini si sa è imperfetta o il più delle volte è corrotta, la giustizia di Dio era quella perfetta.

Allora gli uomini che sfuggivano dalla giustizia degli uomini si diceva che sarebbero incappati nella giustizia divina. In questa giustizia divina, prerogativa di Dio, l’elemento importante era il castigo. Un Dio che castigava gli uomini per le loro colpe.

Ebbene gli autori dell’Antico Testamento incominciano a purificare questa immagine di Dio e lo fanno con un episodio che conosciamo molto bene, è narrato nel libro del Genesi; a quell’epoca ogni fenomeno atmosferico veniva attribuito a Dio. Quindi il fulmine era un’immagine di Dio che castigava, il lampo un segno, allora l’autore del Genesi narra il racconto del diluvio universale non per dire che Dio castiga gli uomini, ma per dire esattamente il contrario; infatti, al termine del diluvio il Signore dice che non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra.

Cioè l’autore sacro vuol dire alla gente: Dio non castiga. È Dio stesso che ha promesso: prima ha messo l’immagine di questo diluvio, al termine di quello, Dio dà la Sua parola “non succederà più una catastrofe del genere” perché Dio non castiga e a riprova di questo, splende l’arcobaleno: l’arcobaleno che era l’immagine dell’arco del Signore.

L’arco era l’arco del guerriero con il quale scagliava le sue saette sugli uomini. Ebbene, dice il Signore “pongo il mio arco sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”. Potremmo dire con un linguaggio moderno che Dio ha deposto le armi. Quindi Dio non punisce, Dio non castiga, i fenomeni atmosferici vanno chiamati con il loro nome.

Certo stupisce che nonostante l’azione dell’autore sacro, (e qui siamo ancora nell’Antico Testamento, per non parlare poi dell’insegnamento di Gesù), stupisce che di fronte a sconvolgimenti della natura, come ultimamente il terremoto, ci siano delle persone che arrivino a dire che è stato il castigo di Dio e peggio ancora, quando queste persone sono preti.

Bisogna avere il pudore prima di parlare di Dio perché gli attribuiamo le nostre paure, le nostre ambizioni e allora causiamo l’ateismo.

Se io penso che Dio veramente manda un castigo all’umanità attraverso un terremoto, io di questo Dio feroce, di questo Dio spietato non so che farmene.

Vedete, bisogna stare attenti perché un’immagine sbagliata di Dio è la pietra d’inciampo dei credenti ed è la pietra sulla quale si costruisce l’ateismo. Quindi già nell’Antico Testamento inizia il processo di purificazione del volto di Dio.

Dio non castiga. Lo rivedremo, lo riprenderemo con Gesù. Quindi parlare di castigo di Dio è un non senso: nei Vangeli non si trova mai un Dio che castiga gli uomini. Il Dio di Gesù è un Dio amore che a tutti indistintamente, buoni e cattivi, comunica il Suo amore.

Con Gesù la relazione con Dio non è più basata sull’osservanza di una legge divina, ma sulla pratica di un amore assomigliante a quello del Padre. Se, come avevamo detto, nella religione il credente è colui che obbedisce a Dio osservando le Sue leggi, con Gesù il credente è colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo. Ecco perché quella di Gesù non può essere definita una religione del libro bensì una fede nell’uomo: al centro, per Gesù, non c’è Dio ma l’uomo.

È importante questo. È quello che ha determinato la rivoluzione portata da Gesù.

Nella religione l’obiettivo dell’esistenza dell’individuo è Dio; l’uomo tutto ciò che fa, lo fa per Dio: amare per carità cristiana, “lo faccio per Gesù”, appartiene alla religione. “A me non interessi tu, mi interessa Dio, se fosse per me a te non farei niente, ma ti voglio bene, ti servo, ti perdono e ti amo perché? Perché Dio vede e poi mi ricompensa” Dio è l’obiettivo, Dio è il traguardo. Ebbene con Gesù tutto questo è finito. Con Gesù Dio non è più al traguardo della propria esistenza e quindi l’uomo è orientato verso Dio e tutto quello che fa lo fa per Dio, prega perché poi Dio lo ricompensa, ama perché poi Dio vede. Con Gesù tutto questo cambia perché Gesù non pone Dio al traguardo dell’esistenza dell’uomo, ma all’inizio.

Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Dio che ha amato noi. È Dio che prende l’iniziativa. È un Dio che immeritatamente ed incondizionatamente ama gli uomini.

Un Dio che ci inonda del suo amore. L’uomo non deve far nulla che accogliere questo amore, lasciarsi trasportare da questa onda d’amore e con Dio e come Dio andare verso gli altri.

Non è più fare le cose per Cristo, per Dio ma in Cristo, in Dio cioè con la stessa forza e con la stessa energia che dà Dio.

Gesù quello che ha detto lo ha anche dimostrato cambiando radicalmente l’immagine di Dio. Vi ricordate quanto ci siamo già detti un’altra volta. Nella religione l’amore di Dio va meritato, l’uomo deve meritare l’amore di Dio. Con Gesù l’amore di Dio non va più meritato ma va accolto come dono gratuito del Suo amore. È finita l’epoca dell’uomo che si sforza per meritare l’amore di Dio; inizia quella nella quale l’uomo accoglie l’amore di Dio come dono gratuito e immeritato.

Un’altra delle categorie religiose era “l’esser degni di Dio”. Era difficilissimo trovarsi degni di Dio perché qualunque cosa insozzava l’uomo. Quindi l’uomo per essere degno di Dio doveva procedere a rituali di purificazione.

Con Gesù tutto questo cambia. Lui che è il Dio, si mette a lavare i piedi dei discepoli.

Quindi non è più l’uomo che deve purificarsi per avvicinarsi al Signore ma: accogli il Signore ed è Lui che ti purifica.

Ecco com’è l’amore di Dio, come dobbiamo sentirci noi con questo nostro Dio. Dobbiamo sentirci amati e dobbiamo gioire per questo.

La volta scorsa tra le altre cose abbiamo anche sottolineato che la nostra tristezza talvolta dipende anche e ancora dalla paura di Dio, quasi che Dio sia geloso della nostra gioia

E’ anche vero però che spesso dobbiamo fare i conti con la tristezza a motivo delle prove della vita, il senso di fallimento, le malattie, il dolore, le calamità che rischiano di spegnere non solo il sorriso sulle labbra ma, a volte, anche la luce dentro.

A proposito, nel n° 6 della Evangelii gaudium Papa Francesco afferma di comprendere “le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire” e riconosce che “la gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, a volte molto dure”. E’ molto realistica quest‘ultima annotazione: la gioia cristiana non la si può vivere sempre con la stessa intensità, ma non può mai scomparire del tutto.

Anche nei casi più dolorosi della vita, la gioia può attenuarsi nelle sue manifestazioni esteriori, ma resistere nella propria interiorità “come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza di essere infinitamente amato da Dio nostro Padre.

Questo è il vero fondamento della gioia: la certezza di essere amati da Dio, la certezza che Dio è un Padre che non ci abbandona mai. Questa certezza cancella la disperazione e l’angoscia, mantiene viva la speranza, la voglia di reagire, la garanzia di rinascita e regala fiducia e gioia interiore, anche se non si manifesta all’esterno in modo vistoso. Chi non ha incontrato persone duramente provate dai casi della vita e che, pur nella sofferenza più lancinante, riescono sorprendentemente a mantenere la serenità dell’animo?

La certezza di essere amato da Dio implica la persuasione che:

  • Dio vuole sempre il mio bene. Come Padre amoroso non agisce mai contro di me, per farmi del male, per abbattermi o schiacciarmi.
  • Dio non permetterebbe un male, la sofferenza, le prove se non fosse capace di trarne un bene, di cui ci renderemo pienamente conto solo nell’aldilà.
  • Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).

Lo comprova l’esperienza dei santi. San Gabriele dell’Addolorata è un cantore della gioia sia all’inizio della vita religiosa quando scriveva al padre “la mia vita è una gioia continua”, sia negli ultimi mesi della sua esistenza, quando sia pur tormentato dalla malattia e dalla sofferenza, diceva: “piena di contenti è la mia vita”, “vivo contento”, anzi “sono contentissimo e passo felicemente i miei giorni”.

San Paolo della Croce, oltre alle tante difficoltà e fatiche per l’apostolato e la fondazione dell’Istituto dei Passionisti, per oltre 50 anni, sperimentò la “notte oscura”, cioè la perdita di ogni gusto nella preghiera e nel rapporto con Dio, l’aridità spirituale derivata dall’esperienza di sentirsi indegno di Dio, incapace di amarlo come merita, eppure non ha mai perso la serenità interiore, la passione apostolica e il volto ilare.

Anche Madre Teresa di Calcutta fu afflitta per anni dalla “notte dei sensi” e all’aridità spirituale, eppure con sorpresa si era votata a diffondere la gioia. Il suo programma di vita: “Dare ogni cosa a Nostro Signore con un sorriso gioioso”. Scriveva nel 1983 al Padre spirituale: “Sono più che mai determinata a diffondere la gioia dovunque io vada”. In precedenza diceva: “Il mio proposito è diventare un apostolo della gioia”. Spronava le consorelle: “Quando vedo qualcuna triste penso sempre che stia rifiutando qualcosa a Gesù”. “Continuate a sorridere: preferisco che sbagliate con il sorriso piuttosto che facciate i miracoli con scortesia”. “La santità non è qualcosa di straordinario… è per ciascuno di noi un dovere semplice: accettare Dio con un sorriso, sempre e in ogni luogo”.

«Il contrario del cristianesimo non è l’ateismo, né il paganesimo. Il contrario del cristianesimo è la tristezza (Gilbert K. Chesterton, scrittore inglese).

Tutte queste sono certezze che ci vengono dalla fede. Gesù ci ha mostrato il volto del Padre. E Dio ci ha amati, ci ama e ci amerà sempre.

p.piergiorgio bartoli cp

06/02/2017 | Tags: | Categoria: Evangeli gaudium |

1 commento

  1. online la catechesi del ritiro di febbraio 2017

    Commento di admin — 6 febbraio 2017 @ 18:34

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