- Selva di crocifissi per la peregrinatio crucis
- 25 febbraio ore 9.30 – Convocato il Consiglio Esecutivo a Morrovalle
- Festa della Passione a Giulianova
- «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)
- Ventennale del Movimento Laicale Passionista
Interventi
P. Alberto Pierangioli
Carissimi, pensavo di mandarvi una riflessione per la Quaresima. Dopo... [vai alla discussione]
Padre Alberto
Vi ricordo il grande avvenimento che deve coinvolgerci tutti: il... [vai alla discussione]
Padre Alberto
Carissimi Amici/e, prima di tutto ricordo a tutti che il 17... [vai alla discussione]
FORMAZIONE 2011
- CALENDARIO AMICI DI GESU’ CROCIFISSO 2012
- CALENDARIO CONSACRAZIONI SOLENNI 2012
- FESTE PASSIONISTE
- FORMAZIONE 2012: ” La spiritualità passionista “
- INCONTRI DI FRATERNITA’
- MEDITAZIONI MENSILI
Categorie
IL SANGUE DELLA NUOVA ALLEANZA
Parola di Dio
”Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,20).
“”Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26, 27-28).
Per la comprensione
- “Senza spargimento di sangue non esiste perdono” (Eb 9,22). L’uomo, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, per implorare il perdono, ha offerto a Dio il sangue di animali innocenti. “Per questo neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. Mosè, dopo aver promulgato la legge, asperse il popolo con il sangue di vitelli e di capri, dicendo: “Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi” (Cf. Eb 9, 18-20).
- Nell’ultima cena, con l’istituzione dell’Eucarestia, Gesù anticipa al Padre l’offerta del suo sacrificio per la remissione dei peccati e per concludere con l’umanità rinnovata una nuova alleanza nel suo sangue.
Rifletti
- “Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”. Gesù sta per immolarsi sulla croce, versando il suo sangue per ottenerci il perdono dei peccati. Ci anticipa e perpetua il dono, cambiando il vino nel suo sangue.
- Il sangue di Gesù che riceviamo nella Eucarestia è il segno e la sicurezza del perdono accordato: quel sangue ci purifica e ci rinnova profondamente. Dovremmo accostarci a riceverlo con la fede e con l’ardore di santa Caterina da Siena, la mistica del sangue di Cristo.
- Il sangue dell’Eucarestia ci ricorda continuamente la gravità del peccato che ha richiesto il sangue del Figlio di Dio per essere lavato: non può essere piccola cosa, se richiede un prezzo tanto alto!
- “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Per gli Ebrei c’era una sola alleanza, quella del Sinai, tra Dio e il suo popolo. Gesù dichiara che quella alleanza è finita: nel suo sangue ne inizia una nuova ed eterna. La prima alleanza, stipulata con il sangue di animali, era solo una prefigurazione. Ma già i Profeti avevano annunziato la promessa di una Alleanza Nuova ed eterna, un patto per mezzo del quale Dio avrebbe donato al suo popolo tutto il suo amore, il suo perdono e la sua pace; una unione così intima e profonda, da essere simile a una unione sponsale, con la freschezza e la gioia di un amore giovane.
- Questa è l’alleanza di amore, conclusa nel sangue, con cui Gesù lega il suo cuore agli uomini, si promette all’umanità e la prende come sposa. Questo amore rivela la sua autenticità, perché si esprime per mezzo del suo sangue sparso e sanziona l’unione con il dono totale di se stesso. Sebbene la Passione sia un evento tragico, Gesù la considera come un fresco amore di fidanzato, ansioso di sbocciare in gioia completa e di realizzare una unione perfetta. Egli nella semplice parola “alleanza”, vuole manifestarci tutto il mistero del suo amore (Cf. J. Gallot, La Beata Passio, pag. 129).
- Secondo le parole di Gesù “Questa è la nuova alleanza nel mio sangue”, “nel calice c’è il sangue, ma è presente soprattutto e prima di tutto l’alleanza, cioè l’amore divino che si dona agli uomini definitivamente. Aggiungendo “Fate questo in memoria di me”, voleva che quell’ora, in cui era stata proclamata l’alleanza, si ripetesse senza fine nella storia” (Cf. J. Gallot pag. 130).
Confronta
- L’Eucarestia è il sacramento della fede: nel riceverla i sensi non mi aiutano a capire il mistero. Bevendo al calice, solo la fede mi dice che sto bevendo il sangue di Cristo. Per questo, prima di accostarmi all’altare, debbo rinnovare la mia fede per credere che sto per ricevere il sangue di Cristo che mi purifica e mi rinnova.
- Il “sangue dell’alleanza” mi ricorda tutto l’amore infinito di Gesù per me: non solo è stato versato per mio amore ma mi viene offerto ogni giorno per la mia salvezza. Nel sangue di Gesù debbo trovare ogni giorno la forza per essere sempre pronto a dare il mio sangue per il Signore e per i fratelli.
Pensiero di san Paolo della Croce: “Godo nel Signore che spesso vi troviate immersa ed abissata nella SSma Passione del dolce Gesù e nella gran fornace del Sommo Bene Sacramentato, perché ivi berrete a fiumi di fuoco di santo amore i tesori della divina grazia e sante virtù” (L. IV, 96).
Padre Alberto Pierangioli
“QUESTO É IL MIO CORPO DATO PER VOI”
Parola di Dio
“Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”… Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore . Ciascuno pertanto esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11, 23-29).
“Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 48-51).
Per la comprensione
- La cena pasquale era l’evento religioso più importante per gli Ebrei perché era il “memoriale” della liberazione dall’Egitto. Gesù fa coincidere la sua ultima cena, la cena dell’addio e dei doni, con la cena pasquale. Anche la sua morte coinciderà tra poco con il momento della immolazione degli agnelli pasquali: termina così la prima Alleanza e la Pasqua antica e inizia la nuova Alleanza e la nuova Pasqua.
- Il cuore della Cena Pasquale è la consapevolezza di Gesù della nuova e definitiva liberazione che sta per compiersi con la sua immolazione e il gesto imprevedibile del dono dell’Eucarestia, come “memoriale” della sua Pasqua di morte e risurrezione. Per capire il vero significato dell’Eucarestia dobbiamo meditarla alla luce della Passione.
Rifletti
- “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia Passione” Lc 22, 15);
“Nella notte in cui veniva tradito”.
“Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”(Gv 13,1): queste parole ci fanno capire lo stato d’animo di Gesù e il significato teologico del dono dell’Eucarestia. La notte del tradimento e dell’odio è scelta da Gesù per la più grande prova di amore.
- “Prendete e mangiate”: Gesù lo aveva detto anche altre volte alle folle affamate, quando, mosso da compassione, aveva moltiplicato i pani e i pesci; ma poi aveva aggiunto: “Procuratevi il cibo che non perisce.. Io sono il pane della vita… Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 27. 48. 51).
- Gesù mantiene la promessa e offre se stesso da mangiare non a pochi fortunati, ma a tutta l’umanità. Però il chicco di frumento deve prima essere macinato per diventare pane da offrire. Gesù sa che è questa la sua ora. Prima di offrirsi ai nemici, per essere macinato, compie un’altra moltiplicazione straordinaria: moltiplica la sua carne e la offre ai suoi discepoli e a tutti noi.
- “Fate questo in memoria di me”. Questo comando di Gesù “lega saldamente la vita all’Eucarestia… In memoria di Gesù significherà improntare la vita su Gesù con la forza dell’Eucarestia. Fare della Passione il modello di vita delle persone e delle comunità. Vivere a livello-Gesù” (Cingolani, pag. 31).
Confronta
- Quando partecipo alla Messa, quando mi accosto all’altare, quando sosto in adorazione davanti al tabernacolo, debbo pensare di essere sul Calvario per offrire di nuovo al Padre il grande sacrificio, per unirmi a Maria in adorazione ai piedi della croce, per ricevere in cibo quella vittima immolata per me.
- Se l’Eucarestia è il pane della vita, debbo esserne affamato, debbo desiderare, per quanto è possibile, che diventi il mio pane quotidiano.
- L’Eucarestia è il sacramento della fede: debbo riceverla sempre con grande fede e purezza di cuore, “riconoscendo il corpo del Signore”, perché diventi per me “sacramento di salvezza” e non sia “mangiare e bere la mia condanna”.
Pensiero di san Paolo della Croce: “Faccia quanto può per sentir messa ogni mattina, e porti con sé nella casa interna il dolce Gesù sacramentato e stia unita sempre con Lui. Bramo che il suo cuore sia una vero altare, sul quale sia sempre esposto il dolce Gesù e lei stia in puro spirito ai suoi piedi divini, come la Maddalena, ascoltando le sue divine parole, e lei tutta abbandonata ed assorbita in questo infinito Bene, stia in sacro silenzio di fede e di santo amore ascoltandolo, e sempre più s’abissi nel mare immenso della divina sua carità” (L. III, 371)
Padre Alberto Pierangioli
LA PASSIONE MISTERO TRINITARIO
Parola di Dio
“In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.… Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo… Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4, 9-16).
Per la comprensione
- Il Giubileo del 2000 ha avuto come obiettivo “la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia” (TMA 55).
- Nei tre anni di preparazione al Giubileo abbiamo contemplato separatamente le Tre Persone divine; poi siamo stati invitati a entrare nel mistero stesso della Trinità, come unica sorgente del fiume dell’amore di Dio. Per questo, all’inizio del Giubileo, Giovanni Paolo II iniziava un nuovo ciclo di catechesi sulla Trinità, come un cammino “alle sorgenti e all’estuario della storia della salvezza”, perché la salvezza è dono della Trinità, da essa inizia e in essa trova il suo compimento.
Rifletti
- Dio Trinità è amore. E’ amore nella creazione: crea solo per amore, per far partecipi le creature della sua vita. E’ amore nella incarnazione: per dono di tutta la Trinità, uno della Trinità si è fatto uomo. E’ amore nella redenzione: tutta la Trinità è coinvolta in questa opera suprema di amore.
- Il Figlio di Dio si è fatto uomo, perché noi diventassimo figli di Dio: “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: “Abbà, Padre!” (Gal 4,6).
- “Lo Spirito Santo, che il Padre ha mandato nel nome del Figlio, fa sì che l’uomo partecipi alla vita intima di Dio. Fa sì che l’uomo sia anche figlio a somiglianza di Cristo ed erede di quei beni che costituiscono la parte del Figlio” (TMA 8).
- Ma è soprattutto nella Passione di Gesù che Dio-Trinità si mostra capace di infinito amore, perché capace di infinito dolore. Ai piedi della croce noi scopriamo chi è Dio: “Dio è amore”.
- “Dio Padre ha tanto amato il mondo da dare per noi il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Il Crocifisso è la prova più grande dell’amore del Padre che non può assistere impassibile di fronte al Figlio che pende dalla croce. Il Figlio è uno della Trinità, indissolubilmente unito al Padre e allo Spirito Santo.
- Ma la croce è prima di tutto la follia dell’amore del Figlio. Egli è venuto in mezzo a noi per condividere i nostri dolori e soffrire per noi e con noi: “Il Figlio di Dio mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).
- Anche lo Spirito Santo partecipa misteriosamente alla Passione del Figlio, perché ci viene donato proprio con la sua morte (Cf. Gv 19,30).
- Così tutta la Trinità si compromette per salvarci nel Figlio, tutta la Trinità in qualche modo soffre nel Figlio. Giustamente vengono oggi diffuse e valorizzate tante immagini della Trinità, con al centro il Crocifisso: Il Padre che tiene tra le braccia la croce del Figlio e lo Spirito Santo che unisce e separa nello stesso tempo il Padre che soffre e il Figlio che agonizza.
Confronta
- Il richiamo alla Santissima Trinità mi deve portare alla riscoperta della identità più profonda di Dio, che è Trinità di amore e anche della mia identità più profonda, quella di figlio, chiamato a partecipare alla vita stessa di Dio, alla intimità con lui. E’ tutta la Trinità che abita in me, come principio e fine del grande fiume dell’amore di Dio.
- Nel meditare la Passione di Gesù fisserò spesso la mente e il cuore su tutta la Trinità coinvolta nell’amore e nel dolore del Figlio.
- Come tutta la Trinità partecipa alla Passione del Figlio, così tutta la Trinità è presente e partecipa alle mie sofferenze. Non mi sentirò mai abbandonato. Nelle prove, con l’aiuto della fede, sentirò più che mai Dio vicino a me: Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo.
Pensiero di san Paolo della Croce: “Oh fortunati quelli che se ne stanno nascosti nel grembo di Dio, e bevono alle Piaghe santissime di Gesù Cristo quest’acqua di eterna vita!” (L. III, 732).
Dopo il fallimento del viaggio a Roma, per presentare al papa la regola del nuovo istituto, Paolo Danei, davanti all’immagine della Madonna in Santa Maria Maggiore, emette il voto della Passione: amare e fare amare Gesù Crocifisso: è il voto fondamentale per il nuovo istituto. Paolo era sicuro della sua missione, ma non gli era chiaro dove e come iniziare l’opera di Dio. Alla fine di settembre 1721, lascia Roma, diretto al Monte Argentario visto nel viaggio di andata a Roma, facendo a piedi il tragitto da Civitavecchia al monte che lo attira. Scrive al fratello Giambattista per assicurarlo che per attuare il disegno di Dio è disposto ad andare “sino in capo al mondo”. Ottiene dal vescovo di Pitigliano il permesso di abitare l’eremo dell’Annunziata sul Monte Argentario. Poi parte per Castellazzo per prendere il fratello Giambattista, che il 28 novembre 1721 fa vestire dal suo vescovo di un abito nero come il suo. P. Giambattista sarà il secondo passionista, fedele compagno del fondatore, ispiratore e fedele custode della spiritualità passionista.
Il 22 febbraio 1722 i due fratelli lasciano Castellazzo diretti al monte Argentario, nel romitorio dell’Annunziata. Trovano un panorama incantevole, tanta solitudine e pace e possibilità di dedicare tante ore del giorno e della notte alla preghiera, ma anche tanta povertà. Per sopravvivere raccolgono l’erba spontanea del bosco, ma fisicamente si riducono ad essere come delle ombre da fare paura. Iniziano intanto anche un denso apostolato nei due paesi vicini di Portercole e S. Stefano.
Verso la fine del 1722 arriva ai due fratelli un invito del vescovo di Gaeta: “Venite in diocesi, troverete qui un luogo adatto per la vostra vocazione e potrete lavorare molto per la gloria di Dio e il bene delle anime”. Paolo, attento ai segni di Dio, accetta e parte con Giovanni Battista per Gaeta, dove sono accolti dal vescovo, Mons Pignatelli, che offre loro il romitorio di S. Maria della Catena. Qui iniziano una vera vita comunitaria con alcuni giovani, che si uniscono a Paolo, come lo Schiaffino. L’apostolato non manca, il romitorio diventa un vero centro di spiritualità. Ma non è facile accettare il ritmo di vita di Paolo. Iniziano dei malumori e delle divisioni nella comunità, specialmente per opera dello Schiaffino che ha ambizioni di fondatore e vuole fare prevalere le sue vedute.
Un vescovo santo e illuminato
Nel 1724 arriva a Paolo un altro invito da Mons. Emilio Cavalieri, santo vescovo di Troia e Foggia. Paolo con il fratello parte per Troia, accolto amorevolmente da Mons. Cavalieri che è il primo vescovo a capire sul serio Paolo e la sua vocazione. Anche la spiritualità del vescovo è incentrata sul Crocifisso. La sua austerità di vita è eccezionale. Le sue penitenze non sono oggi raccontabili. Quelle di Paolo, a confronto, sono un modello di equilibrio. L’incontro con Mons. Cavalieri è la chiave di volta nella ricerca di Paolo, anche se restano vicini solo due anni, perché il vescovo morirà nel 1726. Egli dà loro ogni libertà di dedicarsi ai bisogni spirituali della città. Paolo riprende l’apostolato con il suo stile, con il crocifisso e campanelli per le strade. Spesso le escursioni non si concludono in chiesa, perché vede che la gente lo ascolta più numerosa nei crocicchi e nelle piazze. Di notte va a predicare nei ridotti di malavita, guidato dai membri di un’apposita confraternita.
Vista la tempra di pastore che Dio gli ha fatto incontrare, Paolo lo sceglie come direttore spirituale. Mons. Cavalieri è entusiasta dell’apostolato dei Danei, ma comprende che Paolo ha una missione da compiere. Ascolta e incoraggia: «E davvero un’opera di Dio che vedrete uscire per vie occulte ed incognite». Desidera che la prima sede della nuova opera sia nella sua diocesi. Decide che vi entrerà pure lui e si prepara la tonaca. Si ripromette che partecipando al prossimo sinodo romano, previsto per il 15 aprile 1725, ne parlerà al papa e l’appoggerà presso i vescovi.
Ma Mons Cavalieri, oltre ad essere un sant’uomo, possiede un grande competenza giuridica e pastorale. Nell’esaminare la regola scritta da Paolo a Castellazzo, rileva la ricchezza di spiritualità e d’ispirazione divina, ma anche la povertà di conoscenze legali e burocratiche. Scrive alcuni suggerimenti pratici che Paolo inserire nella regola, poi fa capire a Paolo che per impiantare nella Chiesa una nuova fondazione ci vuole il papa. Non bastano due laici, anche se eremiti, ma ci vogliono dei sacerdoti. Ci vogliono candidati. Non potrà mai essere approvato un istituto con due sole persone. Bisogna trovare un vescovo che possa ordinare sacerdoti i due fratelli. Paolo comprende che deve riprendere la via di Roma, ma con idee più chiare. Per disporsi ai nuovi passi, fa un pellegrinaggio al santuario dì san Michele Arcangelo sul monte Gargano. Mentre pregano, Giambattista sente una voce premonitoria: «Vi visiterò con sferza di ferro”. É annuncio di croce, quella croce che vogliono annunziare al mondo.
Di nuovo a Roma con nuove speranze
Partono per Roma il 5 marzo 1725 e vi arrivano il 16. É l’anno santo e la città brulica di pellegrini. Ci sono anche tanti cardinali e vescovi presenti per il sinodo. Mons Cavalieri non può venire perché malato.
La provvidenza segue le sue strade impreviste. I due eremiti attirano l’attenzione d’un giovane canonico della basilica vaticana, Mons. Marcello Crescenzi, che li avvicina. Paolo parla con entusiasmo del suo progetto. Crescenzi passa dalla curiosità all’ammirazione. Capisce che i due poveracci sono strapieni di forza interiore ma sforniti d’ogni mezzo per districarsi nella Roma papale. Li raccomanda a un amico potente, il cardinale Marcello Corradini, che non solo s’impegna a portare i due eremiti davanti al papa, ma trova loro un’occupazione e un alloggio finché si fermano a Roma. II papa è impegnato nel sinodo e darà udienze dopo la metà di maggio. II cardinale sta fondando l’ospedale di San Gallicano per malattie contagiose. Potranno alloggiare lì e appagare anche il desiderio di fare del bene.
Crescenzi e Corradini, in seguito, sono stati tutti e due vicini a diventare papi, anche se non vi sono arrivati, ma diventano i primi pilastri romani dell’opera di Paolo e lo aiuteranno per tutta la vita.
11 21 maggio 1725 Paolo è presentato dal Corradini al papa Benedetto XIII, presso la chiesa dì Santa Maria in Domnica al Celio, «la Navicella». Il santo espone al papa le ispirazioni ricevute da Dio. Il papa ne ha ottima impressione e autorizza Paolo a “radunar compagni», cioè avviare la fondazione di una nuova famiglia religiosa. Purtroppo nessuno provvede a redigere una nota scritta del fatto, così il permesso resta solo «a viva voce». É poco ma è meglio di niente. Per la grande fede di Paolo è tutto.
Dopo un breve ritorno nel romitorio dì Santa Maria della Catena a Gaeta e poco dopo al santuario della Madonna della Civita presso Itri, non vedendo chiaro l’avvenire, Paolo nel settembre 1726 torna a Roma dal Corradini che lo sceglie come responsabile dell’assistenza ai malati e della disciplina dell’ospedale di San Gallicano, da lui fondato. Paolo si lascia guidare dagli eventi, nei quali Dio farà conoscere la sua volontà. Scrive: «Eccoci a Roma. Ci fermiamo nel santo ospedale che ci pare sempre più a proposito per essere tutti consacrati al divino amore».
L’ospedale dì San Gallicano è inaugurato dal papa Benedetto XIII il 6 ottobre 1726. Paolo è responsabile dell’assistenza ai malati e della disciplina dell’ospedale. Facile il primo compito, accolto come nuovo campo di apostolato. Più complicato mantenere la disciplina. L’osso duro non sono i malati ma il personale di servizio, più interessato allo stipendio che all’amore pei malati. Paolo tira dritto, senza farsi intimorire dalle minacce.
Da quando ha incontrato Mons. Cavalieri, Paolo ha capito che dovrà diventare sacerdote. Non se ne sente degno, ma si prepara. I due fratelli frequentano un corso intensivo di teologia dai frati minori dell’isola tiberina. Il 7 giugno 1727 sono consacrati sacerdoti dal papa Benedetto XIII nella basilica di San Pietro. Il Corradini li presenta al papa come i primi sacerdoti del San Gallicano. In fondo sono preti secolari, pur avendo il permesso di conservare l’abito da eremiti. Da ora in poi, loro che vanno sempre scalzi, per celebrare calzeranno le pianelle. I.’8 giugno, festa della Trinità, prima messa tra i malati del San Gallicano. Paolo è una fonte di lacrime. Per anni non riuscirà a celebrare senza piangere, per la coscienza del proprio nulla e della grandezza del dono.
Una povera culla sul monte come a Betlemme
San Gallicano è una tappa e non il traguardo per Paolo. Lo Signore lo ha scelto non per curare i malati fisici ma i malati spirituali. Nel febbraio 1728 Paolo ottiene dal cardinale Corradini di poter lasciare San Gallicano e ripartire per il Monte Argentario. Ha 34 anni, è sacerdote, pieno di energie e di esperienza per iniziare in concreto l’opera di Dio. Nel romitorio dell’Annunziata si è insediato lo Schiaffino. Ottiene di abitare nel misero romitorio di s. Antonio, poche stanze e una povera cappella: sarà la culla della prima comunità passionista.
Paolo aveva peregrinato per circa 8 anni in varie zone del centro-sud d’Italia, tra sofferenze e delusioni: Monte Argentario, Gaeta, Itri, Troia, Roma, alla ricerca del luogo scelto da Dio per iniziare la sua opera. Finalmente il Monte Argentario vince e sarà il monte santo, il Montecassino dei Passionisti.
Ci sarà ancora molto da lottare e da soffrire, ma oramai la meta è chiara e anche la strada è sicura.
I due giovani sacerdoti, pieni di spirito e di vera sapienza che viene da Dio, poveri di tutti i mezzi umani, ma ricchi di doni di Dio, inizieranno subito un denso apostolato nella maremma malsana fuggita da tutti, con il titolo di missionari apostolici. La loro vita fatta di preghiera, penitenza, povertà e intensa dedizione apostolica attirerà curiosi e anime grandi desiderose di alte vette.
Per alcuni anni il monte sarà un via vai di persone che vengono a vedere, a sperimentare, spesso non adatte per grandi scalate; ma poi inizieranno ad arrivare i grandi campioni, le pietre fondamentali del nuovo istituto, che metteranno solide radici. Ci vorranno almeno altri 10 anni di difficoltà e sofferenze. Poi finalmente il monte santo dell’Argentario sarà visto in visione dalla serva di Dio Agnese Grazi come un monte tutto avvolto da fiamme di fuoco: il fuoco dell’amore.
La fede vera e l’amore grande vincono ancora. Il Sogno diventerà realtà.
P. Alberto Pierangioli
Prime esperienze difficili
Nel febbraio 1728, dopo circa otto anni di peregrinazioni, Paolo torna definitivamente al Monte Argentario (GR), dove, nel romitorio di s. Antonio, inizia stabilmente la prima comunità passionista. Ha trovato il suo “Monte Santo”. Le lunghe peregrinazioni e le difficoltà lo hanno maturato e illuminato per conoscere anche gli aspetti pratici necessari per fondare la nuova famiglia religiosa. La strada è ancora in salita, ma oramai è chiara la meta e il punto fermo da cui partire.
Il piccolo e povero Romitorio di S. Antonio diventa il cuore della nuova fondazione. Vi si inizia a vivere la regola, completata con i suggerimenti pratici di Mons Cavalieri. Arrivano i primi candidati alla vita passionista. Ma per una decina di anni sarà un continuo via vai per i viottoli impervi del Monte Argentario: gli aspiranti vengono, provano e vanno via. La vita è molto rigida e le forme di penitenza sono tante e molto serie: astinenza perpetua dalla carne, si va sempre a piedi scalzi, la povertà è assoluta, la vita è fatta di preghiera, di studio e meditazione della Parola di Dio. A mezzanotte c’è la levata per tre ore di preghiera e chi vuole resta ancora in preghiera fino all’alba, quando la comunità si ritrova di nuovo insieme per la liturgia delle ore, la Messa e ancora meditazione. Il tenore di vita è più celestiale che umano, più ammirabile che praticabile. Non è facile resistere a questa vita nel romitorio, che Paolo stesso chiama “povero tugurio, così piccolo e miserabile che muove a pietà, ma molto a proposito per attendere alla perfezione e stare ritirati”.
A pianoterra, accanto alla cappella, c’è un piccola stanza che funge da sacrestia, cucina, sala da studio e da conversazione. Al piano superiore, una sala grande fa da dormitorio e piccola biblioteca. Si dorme su sacchi pieni di paglia, poggiati su tavole, sollevati da due mattoni, separati da tende di stoffa. Dai tetti e dai muri sconnessi entra acqua e vento. D’inverno si gela anche l’acqua per lavarsi.
Di colazione non si parla. Si studia e si legge la sacra scrittura; i sacerdoti scrivono e provano le prediche. A mezzogiorno ci si ritrova di nuovo per la preghiera e poi per mangiare quel poco che si è riuscito a rimediare, ma che è difficile chiamare pranzo. Si mangia in silenzio, ascoltando buone letture. Segue un po’ di conversazione e poi si riprendono le occupazioni del mattino.
Impegno di fondatore
Paolo si dedica pienamente alla formazione della comunità, che si rinnova continuamente. É incoraggiato da Mons Cristoforo Palmieri, vescovo di Soana e Pitigliano, dal quale dipende l’ospizio. Si sperimenta la regola nei suoi aspetti eremitici e cenobitici, ma anche missionari. Paolo e Giambattista uniscono contemplazione e vita missionaria, inventano e sperimentano la “missione popolare passionista” incentrata sul Crocifisso. Scendono per apostolato nei paesi vicini, apprezzati dal clero,ben voluti dal popolo. Sono di esempio ai nuovi candidati. Ma non è facile reggere a questo tenore di vita. Nel 1733 Paolo resta di nuovo solo con il fratello Giambattista, suo consigliere e guida , grande contemplativo e apostolo e fedele confondatore.
Nell’eremo di S. Antonio manca il minimo indispensabile per poter formare una vera comunità, degna di questo nome. Paolo a un certo punto pensa di ampliare e sistemare l’eremo; ma l’iniziativa fallisce.
Il primo convento: nuovo intervento di Maria
Verso l’inizio del 1731 Paolo, attraversando il monte, ebbe come una visione della Vergine Maria, che gli sorride da una pianta di ulivo e gli fa capire che in quel luogo deve sorgere la prima casa della Congregazione. Il sito indicato è in territorio di Orbetello e appartiene alla giurisdizione del card. Lorenzo Altieri di Roma. Dopo aver predicato una missione a Orbetello, con l’aiuto della famiglia Grazi e altri benefattori, Paolo inizia le pratiche per la costruzione del convento. Per sette anni il cardinale gli renderà la vita impossibile. Paolo risponde con una pazienza senza limiti e con altrettanta tenacia. Finalmente s’inizia la costruzione del convento; ma alcuni nemici del santo vanno a demolire di notte quello che è stato costruito di giorno. Una notte, la serva di Dio e discepola di Paolo, Agnese Grazi, vede in visione S. Michele Arcangelo che sta a difesa del convento e mette in fuga i devastatori. Da quella notte le incursioni finiscono.
Nel 1735 interviene anche la guerra degli Spagnoli contro i Francesi per la conquista dei Presidi del Monte Argentario. La costruzione del convento è interrotta. Paolo è coinvolto in pieno nella guerra e fa il cappellano dei due eserciti, passa in mezzo alle pallottole da un esercito all’altro, per soccorrere i feriti e assistere i moribondi. Viene arrestato da soldati spagnoli, ma il loro generale lo invita a pranzo. Passata la guerra, si riprende e si porta a termine la costruzione del convento.
Costruito il convento e la chiesa, il cardinale non dà il permesso di celebrarvi la messa e di conservare l’Eucaristia. Inoltre vuole cambiare alcuni punti della regola di Paolo, troppo rigidi, secondo lui, tra cui la possibilità di possedere beni stabili, esclusi dalla regola e vuole che i religiosi dipendano direttamente dal vescovo e non dal papa. É stato scritto che anche le statue della basilica di San Pietro avrebbero perso la pazienza. Paolo non la perde mai. E la pazienza del santo vince: il cardinale pian piano cambia atteggiamento e diventa più abbordabile. Il 14 settembre 1737, festa della Esaltazione della Croce, viene benedetta la Chiesa, dedicata alla Presentazione di Maria Santissima al tempio, che a Paolo ricorda il 17° anniversario del suo addio alla famiglia. Finalmente la piccola comunità può trasferirsi nel nuovo convento, molto povero e costruito a risparmio, ma degno di essere chiamato primo “ritiro” passionista.
La prima approvazione del papa e grandi prove
Il 15 maggio 1741, un grande e dotto papa, Benedetto XIV, approva finalmente la regola del nuovo istituto con il nome di «Congregazione dei Minimi Chierici Scalzi sotto l’invocazione della S. Croce e Passione di Gesù Cristo». Il papa aveva commentato: “Questo istituto, sorto per ultimo nella Chiesa, per la sua spiritualità e per il suo fine nella Chiesa, avrebbe dovuto essere il primo”.
L’undici giugno 1741 Paolo e cinque suoi compagni emettono la professione pubblica dei tre voti religiosi, aggiungendo un quarto voto di promuovere la grata memoria della passione di Gesù nei fedeli. Paolo Danei prende per sempre il nome di Paolo della Croce e il fratello Giambattista di San Michele Arcangelo. Il 10 aprile del 1747 Paolo è eletto Superiore generale. Sarà confermato cinque volte di seguito, fino alla morte. I nuovi religiosi cominciano ad esser chiamati “Passionisti“.
Negli anni 1741-1750, dopo l’approvazione della regola, inizia una grande espansione della Congregazione, con una decina di nuovi “ritiri” e un centinaio di nuovi religiosi professi. La congregazione si stava diffondendo velocemente soprattutto nel sud del Lazio. Molti paesi richiedevano nuove fondazioni dei Passionisti. Questa esplosione suscita gelosie e presto scoppia una grande bufera contro il nuovo istituto, chiamata dal P. Cingolani “La zuffa dei servi del Signore”. Nel febbraio 1748 inizia l’opposizione degli ordini mendicanti contro i Passionisti, presso la Santa Sede, con gravi accuse contro Paolo e i Passionisti, servendosi di un santo stimato dal Papa, il francescano S. Leonardo da Porto Maurizio, che consegna un libello al papa. Benedetto XIV, che lo stimava, gli dice: “P. Maurizio, dovrei distruggere ciò che io stesso ho edificato?”. Il santo risponde: “Santità, sono venuto qui per obbedienza”. Il papa nomina una commissione di cardinali per risolvere il problema. Paolo intuisce il grave pericolo e si difende affidandosi al Signore, chiedendo preghiere a tutti. Soffre terribilmente. Intuisce che basterebbe una sola parola del papa per distruggere tutto. Le lettere scritte dal santo in questo tempo grondano lacrime, mai però una parola contro coloro che lo fanno soffrire. Vescovi, comuni e popolazioni intere intervengono in difesa dei Passionisti. Dopo due anni di grandi sofferenze, il 7 aprile 1750 la vertenza si conclude con una sentenza favorevole al nuovo istituto. Ora Paolo può dedicarsi con più serenità e impegno allo sviluppo della congregazione, a nuove fondazioni, alle missioni popolari e alla formazione dei religiosi e di tanti laici.
Fioritura di primavera
Dopo tante fragili canne in balia del vento, Dio manda querce robuste alla nuova fondazione. Sono i confondatori del nuovo istituto. La prima importante conquista è il giovane sacerdote P. Fulgenzio Pastorelli, grande servo di Dio, colonna della nascente congregazione, della quale può essere considerato il terzo fondatore. Primo maestro dei novizi, primo superiore della prima casa della congregazione sul Monte Argentario. Un vero santo. Arriva poi Fratel Giuseppino Petruzzelli, piccolo fratello laico, siciliano, un grande mistico e un operaio instancabile, considerato un vero santo dal fondatore.
Segue P. Marcaurelio Pastorelli, sacerdote religioso dei Dottrinari, dotto e santo, un’altra colonna della congregazione, formatore delle prime generazioni passioniste, insieme a P. Fulgenzio. La Congregazione con l’aiuto di P. Marcaurelio e di P. Fulgenzio si dà una linea formativa incentrata su una profonda umanità, un distacco totale dal mondo, un vivere sempre alla presenza di Dio e una partecipazione piena alla Passione di Cristo e dei fratelli. A loro si devono tante norme che per due secoli hanno dato alla congregazione schiere di santi, specialmente giovani, guidati da San Gabriele, B. Pio, B. Grimoaldo, vari venerabili e servi di Dio.
Nel 1745 viene P. Tommaso Struzzieri di Senigallia, forse la più grande conquista di Paolo: laureato alla Sapienza di Roma, sacerdote e predicatore famoso. Anche lui un confondatore, un servo di Dio, il primo vescovo passionista in Corsica e a Todi.
Il B. Bernardo Silvestrelli in un suo libro presenta 13 religiosi, insigni per virtù, dei “Primi compagni di S. Paolo della Croce” e in un secondo volume di “Biografie edificanti di alcuni chierici passionisti”, presenta una schiera di giovani passionisti, guidati da San Gabriele. Meriterebbero tutti gli onori degli altari.
Che cosa dovremmo fare noi oggi per stare sulla loro scia? Ci sentiamo anche noi “confondatori” di un cammino laicale passionista? Che cosa si aspetta il Signore da noi passionisti del secondo millennio, religiosi e laici? P. Alberto Pierangioli
Al Superiore Provinciale, P. Piergiorgio Bartoli
All’Assistente Provinciale Piet,
Al Consiglio Esecutivo
Assistenti locali
Ai coordinatori e vice coordinatori delle Fraternità e del Gruppo delle Famiglie
Al Cassiere Generale.
In caso di impedimento ognuno può inviare un sostituto, da notificare in tempo alla Presidente. (Statuto n. 38)
Carissimi,
con la presente vi portiamo a conoscenza di quanto deciso dall’ultimo Consiglio Esecutivo riunitosi presso il Convento dei Padri Passionisti a Morrovalle in data 5 maggio 2011. (leggi di più…)
Ai dilettissimi nostri figli e Fratelli in Gesù Cristo, Sacerdoti, Chierici e Laici che compongono la Religiosa Famiglia Passionista, salute, pace e benedizione del NSGC Paolo della Croce Preposito e Servo.
Essendo imminente, carissimi figli e Fratelli in Gesù Cristo, la dolce e sopra giocondissima solennità dello Spirito Santo, alla quale ciascuno deve prepararsi per ricevere degnamente nella casa interiore dell’anima sua, un tanto sovrano ospite, anzi il suo Signore e Dio, non abbiamo voluto tralasciare di compire in qualche piccola parte a quest’obbligo di carità, visitandovi con questa nostra povera lettera, perché conosciate sempre più il vivo desiderio che la bontà del Signore ci ha impresso nel cuore, che siate tutti gran santi, così richiedendo la vocazione a cui la Misericordia di Dio vi ha chiamati. Dunque, carissimi, per ben prepararvi a questa sacrosanta, divina solennità, ciascuno di voi esamini bene se stesso, per conoscere se viva in voi qualcosa che non sia puramente Dio; e questo lo conoscerete esaminandovi se in tutte le vostre azioni sia purissima la vostra intenzione e se procuriate ogni giorno più di rendere la vostra intenzione deiforme, cioè tutta divina, operando sempre in tutte le vostre azioni in Dio e per solo suo amore, unendo le vostre opere con quelle di Gesù Cristo Signor nostro, che è la nostra Via, Verità e Vita [Gv 14, 6].
Amatissimi figli! Mortui enim estis et vita vestra abscondita est cum Christo in Deo, “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”! [Col 3, 3]. Dunque come morti a tutto ciò che non è Dio, tenetevi in altissimo distacco da tutto il creato, in vera povertà e nudità di spirito, con alto distacco da ogni sensibile consolazione, in cui troppo si mischia la nostra guasta natura e diviene ladra dei doni di Dio, cosa al sommo pericolosa e dannosa. Impegnatevi a fare continua dimora dentro di voi stessi, in vera solitudine interiore, per divenire veri adoratori del Sommo Bene in spirito e verità [Gv 4, 23-24].
Tutto ciò vi riuscirà, se sempre più vi farete piccoli, perché Dio ama le anime bambine ed a queste Egli insegna quell’alta sapienza che ha nascosta ai sapienti e prudenti del mondo [cf Mt 11, 25]. Non v’allontanate mai dalle Piaghe SS. di Gesù Cristo, procurate che il vostro spirito sia tutto vestito e penetrato dalle Pene SS. del nostro Divin Salvatore, e siate sicuri che egli, che è il Divino Pastore, vi condurrà come sue care pecorelle al suo ovile [cf Gv 10, 11-14]. E qual’è l’ovile di questo dolce, sovrano Pastore? Sapete qual’è? E’ il seno del Divin Padre. E perché Gesù sta nel seno del Padre, Christus Iesus qui est in sinu Patris [cf Gv 1, 18], così in questo seno divino, egli conduce e fa riposare le sue care pecorelle. E tutto questo divino lavoro si fa nella casa interiore dell’anima vostra, in pura e nuda fede e santo amore, in vera astrazione da tutto il creato, povertà di spirito e perfetta solitudine interiore; ma questa grazia sì eccelsa si concede solamente a quelli che studiano di essere ogni giorno più umili, semplici e caritativi.
Carissimi figli, fate a gara a chi può essere più umile, più esatto e più osservante Aemulamini charismata meliora. “desiderate i carismi più grandi” [1 Cor 12, 31]. Studiate di essere semplici, umili come bambini, non perdete di vista l’orribile nulla che siete, il vostro niente avere, niente sapere, niente potere; scavate pure, che non troverete in voi altro di vostro che il puro orribile niente. Oh! quanto vi raccomando questa umiltà di cuore e semplicità fanciullesca, la quale vi farà essere rispettosi e caritatevoli con tutti, a tutti soggetti, come dice l’Apostolo S. Pietro: Estote subiecti omni creaturae propter Deum, “vivete sottomessi ad ogni umana autorità per amore del Signore” [1 Pt 2,13] e sopra tutto se avrete una somma riverenza al vostro Superiore che Dio vi ha dato per padre e guida dell’anima vostra, al quale ricorrete con semplicità e schiettezza da bambini per scoprirgli fedelmente il vostro interno e per obbedirlo senza la minima replica, come luogotenente di Gesù Cristo: che gran voli farete alla santa perfezione così facendo! Oh che pace proverete!
E questa pace, che è frutto dello Spirito Santo, vi farà crescere in carità gli uni con gli altri, essendo un sol cuore in Gesù Cristo (punto al sommo importante); ed a tale effetto nessuno mai giudicherà le azioni del suo Fratello, perché in quello rimirerà santità e solo in se stesso non vedrà che vizio e difetto; sempre però con pacifica sofferenza e speranza di guarirne. Credetemi che la peste delle Comunità è il giudicare le azioni degli altri, perdendo di vista le proprie. L’interpretare in male le azioni, il sussurrare insieme dei difetti altrui, il mormorare, il riportare ciò che si sente l’un l’altro: oh che peste! oh che rovina cagiona nelle povere Comunità!
La vera umiltà che scopre in noi sempre più il vizio, non dà spazio di rimirare le azioni altrui, ma fa essere solleciti di estirpare ogni cosa viziosa che dispiace agli occhi di Dio; ed inoltre, siccome la vera umiltà di cuore fa conoscere e credere che non vi sia persona al mondo peggiore di sé, come mai può dar luogo a giudicare gli altri, che tiene tutti migliori e santi?
Lasciamo la cura ai nostri Superiori di vigilare, ché Dio infonderà loro lume e grazia per rimediare ad ogni disordine, ed ubbidiamo quando ci comandano di dire il nostro sentimento o di avere qualche informazione per il buon governo della Comunità Religiosa o di qualcuno in particolare, che allora siamo sicurissimi di fare la volontà di Dio, e tutto ciò che fedelmente diciamo, ridonda in maggior gloria del Signore e nostro ed altrui vantaggio.
Ecco che in compendio vi abbiamo detto tutto ciò che la nostra poca capacità ci ha dettato per ben apparecchiarvi a ricevere nella casa dell’anima vostra lo Spirito Santo con tutti gli altissimi suoi doni e grazie soprabbondantissime.
Resta solo, o carissimi, che vi preghiamo in ultimo a celebrare la santissima Novena tutti congregati in uno, cioè che vi uniate in spirito con tutti i vostri Fratelli, che sono negli altri Santi Ritiri; e quest’unione deve essere in vera fede, speranza e carità. I Santi Apostoli celebrarono la Novena congregati in unum [cf At 1, 12-14; 4, 32].
O cara Congregazione di carità, che stringi ed unisci i cuori in un sol cuore in Gesù Cristo! O dolce carità, ricca di obbedienza, di umiltà, di pazienza, di silenzio, di mansuetudine, di ogni bene! In questa unione di fede e di carità invochiamo, o carissimi, tutti insieme lo Spirito Paraclito, Spirito consolatore che venga a riempire tutta la casa interiore dell’anima nostra e tutta la nostra povera Congregazione.
Esclamiamo a questo Padre dei poveri, a questo Datore di grazie, a questo Lume dei cuori, che ci conceda il vero spirito del nostro Istituto, che è il vero spirito apostolico, ricco di tutte le virtù; preghiamolo che apra la vena delle acque vive delle sue grazie, perché tutti beviamo in abbondanza, affinché tutti arsi d’amore, infuocati di carità, accendiamo questo fuoco divino nei cuori dei nostri poveri prossimi, mediante la santa predicazione delle Pene SS.me del nostro Amore Crocifisso. Ah, carissimi! pregate, esclamate all’Altissimo che dilati la nostra povera Congregazione, che la provveda di uomini santi, affinché come trombe, animate dallo Spirito Santo, vadano predicando quanto ha fatto e patito Gesù per amore degli uomini, giacché la maggior parte ne vive del tutto dimentica, cosa degna di lacrime inconsolabili e cagione di tante iniquità che abbondano nel mondo.
In fine vi supplichiamo e vi scongiuriamo per le viscere della Misericordia di Dio [cf Lc 1, 78] a pregare Dio per questo vostro povero indegnissimo servo e padre, rimirandolo il più bisognoso di tutti per muovervi con maggior compassione a fare orazione per il medesimo con più fervore ed assicurandovi della nostra gratitudine in tutte le povere nostre orazioni e santi sacrifici, nei quali vi assicuriamo che continuamente facciamo memoria di tutti voi, perché Dio che coepit in vobis opus bonum, ipse perficiat, ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento” [Fil 1, 6], come speriamo; e inviandovi la nostra benedizione, vi preghiamo dal Signore ogni vero bene.
2 maggio 1750
Paolo della Croce, Preposito
La mia domanda è molto semplice: l’immagine che comunemente si usa per avvicinarsi a capire l’operato di Dio nei nostri confronti è quella di un padre misericordioso ed onnipotente. Ora io sono certo che nessun padre su questa terra, se ne avesse le possibilità, lascerebbe morire un figlio che ha una grave malattia e neppure non conosco padri che se due fratelli si pestano a sangue non interverrebbe per dividerli(pur limitando così il loro “libero arbitrio”, passatemi il termine); e di esempi padre-figlio se ne potrebbero fare a decine, e nessuno sposerebbe il comportamento di Dio ”padre” nei confronti di noi suoi “figli”: com’è conciliabile tutto questo? A causa di questo pensiero ho da poco perso la fede per questo mi piacerebbe che mi lei mi desse una risposta concreta. Grazie.
Caro Stefano,
il tuo quesito, chiaro e tanto sentito, meriterebbe una lunga risposta, che per la mia situazione non posso darti io in questo momento. Ricordo semplicemente che il Signore, con il dono della vita, ci ha fatto un altro dono grandissimo: il dono della libertà. Ci sono i santi, i salvati, perché erano liberi di fare il bene o il male e hanno scelto di fare il bene. Ci sono i perduti perché erano liberi di fare il bene o il male e hanno scelto di fare il male… (leggi di più…)









