Carissimo P. Alberto, sono tornata agli impegni di tutti i giorni, ma la giornata di domenica 23 resta scolpita nel mio cuore, come un prezioso di grande valore.

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29/11/2010 |

CCC (1499 -1532)

La malattia nella vita umana

La malattia e la sofferenza sono sempre state tra i problemi più gravi della vita umana. Nella malattia l’uomo fa l’esperienza dei propri limiti e fragilità. La malattia può allontanare da Dio, ma, se accettata con fede, fa sentire il bisogno di Dio e avvicina a Dio.

Nell’Antico Testamento l’uomo vive la malattia davanti a Dio; a lui si rivolge con le lacrime della sua malattia [Cf Sal 38 ] e dal Signore della vita e della morte egli implora conforto e guarigione [Cf Sal 6,3; Is 38 ]. Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e che la fedeltà a Dio e alla  sua Legge, ridona la vita. La malattia diventa così cammino di conversione e il perdono di Dio è inizio di guarigione. Il profeta Isaia intuisce che la sofferenza può anche avere un valore redentivo per i peccati altrui [Cf Is 53,11].

I Vangeli descrivono la compassione di Gesù verso i malati e le numerose guarigioni di infermi di ogni genere da lui operate. Gesù ha il potere di guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo. É il medico di cui i malati fisici e spirituali hanno bisogno (Mc 2,17. La sua compassione verso i malati lo spinge fino a identificarsi con loro: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36). Da Gesù “usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,19). Chiedeva solo fede. Commosso da tante sofferenze, Cristo non soltanto si lascia toccare dai malati, ma fa sue le loro miserie: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie” (Mt 8,17). Non ha guarito però tutti i malati. Le sue guarigioni erano “segni” che annunciavano una guarigione più radicale, più importante e universale: la vittoria sul peccato e sulla morte attraverso la sua Pasqua. Sulla croce, Cristo ha preso su di sé tutto il peso del male e ha tolto il “peccato del mondo” (Gv 1,29). Cristo continua ora a “toccarci” nei sacramenti per guarirci.

Il sacramento degli infermi

Cristo partecipa ai suoi discepoli il suo ministero di guarigione: “Partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” (Mc 6,12-13).

Il Signore risorto rinnova agli apostoli questo potere, ma non dà a nessuno il potere di guarire tutte le malattie. Così san Paolo comprende che le sofferenze del credente “completano ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

La Chiesa ha ricevuto dal Signore il carisma di “guarire gli infermi!” (Mt 10,8) e cerca di attuarlo sia con le cure che presta ai malati, sia con la preghiera di intercessione, sia con un sacramento speciale, detto “Unzione degli infermi”. Tutti i sacramenti sono in qualche modo sacramenti di guarigione, in particolare l’Eucaristia, pane che dà la vita eterna. Con l’unzione degli infermi la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi, mentre li esorta a unirsi alla passione e morte di Cristo, per contribuire al bene del popolo di Dio [Conf. LG, 11].

La Chiesa apostolica già conosce un rito particolare per gli infermi, accennato da Marco e raccomandato ai fedeli da San Giacomo [Mc 6,13; Gc 5,14-15]: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati”.

É “l’Unzione degli infermi”, il sacramento destinato in modo speciale a confortare i malati. Nella tradizione liturgica, tanto in Oriente quanto in Occidente, si hanno fin dall’antichità testimonianze di unzioni di infermi praticate con olio benedetto. Nel corso dei secoli, l’Unzione degli infermi è stata conferita sempre più esclusivamente a coloro che erano in punto di morte. Per questo motivo aveva ricevuto il nome di “Estrema Unzione”. Malgrado questa evoluzione, la Liturgia non ha mai tralasciato di pregare il Signore affinché il malato riacquisti la salute, se ciò può giovare alla sua salvezza.

Il sacramento dell’Unzione degli infermi viene conferito oggi ai malati colpiti da grave malattia, ungendoli sulla fronte e sulle mani con olio debitamente benedetto, dicendo una sola volta: “Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo, e liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi”.

Dice il CCC: “L’Unzione degli infermi non è il sacramento soltanto di coloro che sono in fin di vita. Perciò il tempo opportuno per riceverla si ha certamente già quando il fedele, per malattia o per vecchiaia, incomincia ad essere in pericolo di morte” (n.1514).  Non deve essere più l’estrema unzione.

Può riceverla ogni fedele per una seria malattia o per vecchiaia. Per esempio. è opportuno ricevere l’Unzione degli infermi prima di un intervento chirurgico rischioso.

Se un malato che ha ricevuto l’Unzione riacquista la salute, può, in caso di un’altra grave malattia, ricevere nuovamente questo sacramento. Nel corso della stessa malattia il sacramento può essere ripetuto se si verifica un peggioramento.

Sono ministri del sacramento i vescovi e i presbiteri. Sacerdoti e fedeli devono incoraggiare i malati a ricevere questo sacramento e devono aiutarli a prepararsi a riceverlo con buone disposizioni. S. Paolo della Croce, sul letto di morte, volle che S. Vincenzo M. Strambi lo preparasse a ricevere gli ultimi sacramenti. L’olio santo può essere dato in famiglia, all’ospedale o in chiesa, per un solo malato o per un gruppo di infermi o di anziani. Secondo le circostanze, la celebrazione del sacramento può essere preceduta dalla Confessione e seguita dalla Eucaristia. In quanto sacramento della Pasqua di Cristo, l’Eucaristia dovrebbe sempre essere l’ultimo sacramento del pellegrinaggio terreno, il “viatico” per il “passaggio” alla vita eterna.

Fanno un male enorme i familiari che, per non spaventare i malati, non avvertono i sacerdoti della esistenza di un malato serio e tengono lontano i sacerdoti dal suo letto, o li chiamano solo quando sta morendo o è già morto. Nei miei 56 anni di sacerdozio non sono stato mai rifiutato da un malato, qualche volta sono stato impedito dai familiari.

La grazia del sacramento

La grazia fondamentale di questo sacramento è una grazia di conforto, di pace e di coraggio per superare le difficoltà proprie dello stato di malattia grave o della fragilità della vecchiaia. É un dono dello Spirito Santo che rinnova la fede in Dio per superare l’angoscia della morte e fortificare contro le tentazioni del maligno. La grazia del Signore con la forza del suo Spirito porta il malato alla guarigione dell’anima, ma anche a quella del corpo, se è volontà di Dio  Inoltre, come dice S. Giacomo, “se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” ( Gc 5,15 ).

Con la sua passione e morte in Croce, Gesù ha dato un senso nuovo alla sofferenza.. Per la grazia di questo sacramento il malato riceve la forza e il dono di unirsi più intimamente alla passione di Cristo e viene in certo modo consacrato per portare frutto mediante la configurazione alla Passione redentrice del Salvatore. La sofferenza, conseguenza del peccato originale, riceve un senso nuovo: diviene partecipazione all’opera salvifica di Gesù (CCC 1521).

I malati che ricevono questo sacramento, unendosi “spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo”, contribuiscono “al bene del popolo di Dio” (Lumen gentium,11). Celebrando questo sacramento, la Chiesa, nella comunione dei santi, intercede per il bene del malato. E l’infermo, a sua volta, per la grazia di questo sacramento, contribuisce alla santificazione della Chiesa e al bene di tutti gli uomini per i quali la Chiesa soffre e si offre, per mezzo di Cristo, a Dio Padre.

L’Unzione degli infermi è una preparazione all’ultimo passaggio e porta a compimento la nostra conformazione alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, iniziata dal Battesimo. Essa completa le sante unzioni che segnano tutta la vita cristiana; quella del Battesimo aveva suggellato in noi la vita nuova; quella della Confermazione ci aveva fortificati per il combattimento di questa vita. Quest’ultima unzione munisce la fine della nostra esistenza terrena come di un solido baluardo in vista delle ultime lotte prima dell’ingresso nella Casa del Padre.

Il viatico, ultimo sacramento del cristiano

A coloro che stanno per lasciare questa vita, la Chiesa offre, oltre all’Unzione degli infermi, l’Eucaristia come viatico. Ricevuta in questo momento di passaggio al Padre, la Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo ha un significato e un’importanza particolari. É seme di vita eterna e potenza di risurrezione, secondo le parole del Signore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). L’Eucaristia è, in questa situazione, sacramento del passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre (Cf Gv 13,1 CCC 1524). Ricordiamo la morte di tanti santi,

Come il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia sono “i sacramenti dell’iniziazione cristiana”, così la Penitenza, la Sacra Unzione e l’Eucaristia, come viatico, costituiscono, al termine della vita cristiana, “i sacramenti che preparano alla Patria e concludono il pellegrinaggio terreno” (CCC n 1525).

P. Alberto Pierangioli

28/11/2010 |

1- L’UNZIONE DEGLI INFERMI

2 –  SACRAMENTALI

28/11/2010 |

Nella catechesi di settembre abbiamo parlato del sacramento dell’Ordine sacro che consacra i vescovi, i presbiteri, i diaconi. Completiamo quanto detto per il sacramento dell’Ordina Sacro con una riflessione su un grande evento nella Chiesa dei nostri giorni, l’anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI dal 19-6- 09 all’11-6-2010, tra le due feste del S. Cuore, nel 150° anniversario del dies natalis del Santo Curato d’Ars, s. Giovanni Maria Vianney, per “promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi” (Lettera indizione Anno Sacerdotale” p.3).

L’anno sacerdotale è stato una grazia per i presbiteri per riflettere sulla grande missione loro affidata da Dio, alla luce degli insegnamenti del Papa e alla luce di sacerdoti generosi e trasparenti che hanno vissuto santamente la loro missione. La riflessione, tuttavia, deve coinvolgere anche tutto il popolo di Dio che con il battesimo partecipa del sacerdozio di Cristo ed è chiamato ad accogliere e sostenere i presbiteri che fanno da ponte tra Dio e l’uomo.

S. Giovanni Maria Vianney

Tra le figure sacerdotali che abbelliscono la Chiesa, spicca il Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney. Nato in Francia, vicino a Lione, l’8 maggio 1786 da una famiglia di contadini, povera di mezzi umani, ma ricca di fede, fu ordinato sacerdote nel 1815, a 29 anni. Vi arriva con molta fatica per superare gli studi e gli esami necessari. Dopo essere stato per quattro anni vicario del suo maestro e padre spirituale Charles Balley, gli è affidata una piccola parrocchia di 250 anime ad Ars, dove quasi nessuno andava più in chiesa; lì rimarrà fino alla morte, manifestandosi un vero pastore e uomo di Dio. Per riportare i suoi fedeli a Dio, prega molto e fa grandi penitenze per loro. Passa tante ore da solo davanti al Santissimo Sacramento. Pian piano i fedeli tornano in chiesa, attratti da un prete che sta sempre in chiesa, dove entra prima dell’aurora e ne esce dopo l’Angelus della sera. Là si poteva trovare sempre quando si aveva bisogno di lui. La fama di questo prete poco dotto, ma santo, si diffonde e ad Ars incomincia una processione di fedeli da tutta la Francia e da altre nazioni per ascoltarlo e confessarsi da lui. Passa fino a 17 ore al giorno in confessionale; negli ultimi anni della sua vita arrivano ad Ars fino a 80.000 pellegrini. Organizza in modo esemplare la sua parrocchia, che tentò più volte di lasciare, perché non si sentiva degno e capace di fare il parroco. L’ultima volta fu pochi anni prima della morte: tentò una fuga. Qualcuno se ne accorse e suonò le campane come per un grande pericolo. Accorsero tutti, lo ritrovarono e lo riportarono in chiesa. Egli capì e si mise a confessare fino all’una di notte. Concluse la sua giornata terrena ad Ars il 4 agosto 1859. Pio XI lo proclamò santo nel 1925 e patrono di tutti i parroci del mondo.

Significato dell’Anno Sacerdotale

Benedetto XVI ha parlato continuamente del significato dell’Anno Sacerdotale a sacerdoti e fedeli, per far capire il vero significato del sacerdozio. Cito alcuni suoi pensieri presi dai suoi vari interventi: “L’anno sacerdotale ci permette di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai cristiani e al mondo intero l’umile e continua proposta delle parole e della vita di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria vita. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra tante difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione di “amici di Cristo”, da Lui chiamati per nome, prescelti e inviati?”.

Ma il Papa nota anche le ombre che lo offuscano: “Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa che soffre per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto. In tali casi, ciò che può giovare di pùi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza del grande dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti”.

Gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono essere per tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente. Diceva: “Un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”. Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!… Dio gli obbedisce!Egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia…”. E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le renderà la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Lui stesso non lo capirà bene che in cielo”.

Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, rivelano l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo, non di spavento, ma di amore… Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra. Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, e vi si adoreranno le bestie”.

Gli insegnamenti semplici, ma sentiti e la luminosità della vita del S. Curato ottennero la trasformazione piena del piccolo e sconosciuto villaggio, che in breve divenne un luminoso centro di santità.

Il sacerdote: “ponte” tra l’uomo e Dio

All’inizio della Quaresima 2010, il Papa, parlando al clero di Roma, ha ricordato ai sacerdoti che il loro primo compito è di appartenere a Dio e di essere uomini veri. Dice infatti: “Questa è la missione del sacerdote: collegare queste due realtà apparentemente così separate, cioè il mondo di Dio, spesso sconosciuto all’uomo, e il nostro mondo umano. La missione del sacerdozio è di essere ponte che collega cielo e terra, e così portare l’uomo a Dio, alla sua salvezza, alla sua vera vita (Discorso ai parroci della diocesi di Roma). Per essere un vero ponte tra l’uomo e Dio il sacerdote deve avere un cuore pienamente umano, ma anche pieno di Dio. Essere sacerdote significa riconoscersi scelto da Dio per una grande missione che solo Dio può dare e aiutare a realizzare: essere tra gli uomini vero uomo di Dio, un “Alter Christus”. Una persona capace di risplendere della luce di Cristo, capace di portare gli uomini a Dio, con una vita che è ponte. Questa comunione di vita col Cristo il sacerdote la deve realizzare in sé se ogni giorno, con una vita di preghiera: vivere seriamente la celebrazione eucaristica, la liturgia delle ore, la preghiera personale. Questi principi erano chiari nella mente e nel cuore del Santo Curato. Era cosciente di custodire un tesoro infinito in una realtà finita, ma era anche consapevole che Dio non mancava di assisterlo e di essere fedele alla sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”( Mt 28,20).

Il Santo Curato non si scoraggiava mai per le gravi difficoltà della sua vita e del ministero. Aveva una grande fede alimentata alla sorgente eucaristica. L’Eucaristia era centrale nelle sue giornate, preparata e vissuta con tanta cura, per evitare il rischio da lui tanto deprecato di abituarsi ad un simile atto. Diceva: “Quanto è grande il sacrificio della Messa! Dio posa il suo sguardo sull’altare e riconosce il suo Figlio diletto… Ciò che l’uomo non avrebbe potuto immaginare, Dio l’ha fatto! Accanto alla Eucaristia, a volte siamo come uno che muore di sete accanto ad un fiume”.

Il santo Curato ha cura anche dell’uomo, di tutto l’uomo. Non bisogna ridurre san Giovanni Maria Vianney solo a un esempio ammirevole di spiritualità devozionale del suo tempo. La sua attività pastorale si interessa anche degli aspetti umani della sua parrocchia. Costruisce un orfanotrofio per bambine e poi di un Istituto per l’istruzione dei ragazzi. Si occupa dei problemi della sua gente.

La Francia post-rivoluzionaria, con la “dittatura del razionalismo”, era impegnata a cancellare ogni idea di Dio nella società; egli si distinse per una feconda creatività pastorale, per mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo. A 150 anni dalla sua morte, le sfide della società moderna si sono fatte più complesse. Allora c’era la “dittatura del razionalismo”, oggi c’è la “dittatura del relativismo”, dice il Papa. Entrambe appaiono risposte inadeguate alle esigenze dell’uomo. Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la ragione alla dignità di una dea, mettendo sull’altare della cattedrale di Parigi una donna nuda; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché arriva ad affermare che l’essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l’uomo assetato di verità, va alla continua ricerca di risposte chiare alle domande di fondo che non cessa di porsi: la realtà su Dio e la realtà sull’uomo. Spetta ai sacerdoti, “quali educatori della fede”, formare “un’autentica comunità cristiana, capace di aprire a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo” (PO, 6).

Il S. Curato d’Ars insegna che, alla base dell’impegno pastorale, il sacerdote deve porre un’intima unione con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di Cristo, il sacerdote può insegnare a tutti questa amicizia intima con il divino Maestro e può toccare i cuori della gente per aprirli all’amore misericordioso del Signore. Solo così, può infondere entusiasmo e vitalità spirituale alle comunità che il Signore gli affida.

Preghiamo perché, per intercessione del Santo Curato Dio doni alla sua Chiesa santi sacerdoti, ma anche perché cresca nei fedeli il desiderio di sostenerli e collaborare con il loro ministero.

Benedetto XVI, nell’Anno Sacerdotale, rivolge ai sacerdoti un particolare invito a saper accogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando oggi nella Chiesa, anche attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. Discernendo quali spiriti abbiano origine da Dio, i presbiteri devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza” (PO). Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo ai fedeli laici ma agli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, può scaturire “un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”.

Con l’esercizio di questi doni, il Santo Curato conquistò anche le anime più refrattarie, comunicando loro ciò che egli aveva, cioè la sua amicizia con Cristo. Fu “innamorato di Cristo” e da questo amore attinse l’amore per le anime da salvare. Il segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per la preghiera e per l’Eucaristia.

. Fu “innamorato” di Cristo; il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è divenuto amore per il gregge di Cristo e per tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci ricorda che per ciascun battezzato, e ancora più per il sacerdote, l’Eucaristia “non è semplicemente un evento con due soli protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi” (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80). Il ricordo dell’Anno Sacerdotale lasci in ciascuno di noi un amore e stima più grande per il sacerdote, un impegno serio di collaborare con i sacerdoti e di mettere anche il nostro sacerdozio battesimale a servizio dei fratelli.

P. Alberto Pierangioli

28/11/2010 |

Settembre (CCC 1533- 1580)

I sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Confermazione, Eucaristia, sono la base della vocazione di ogni cristiano alla santità e alla missione di evangelizzare il mondo e danno le grazie necessarie per raggiungere questo scopo (CCC 1533). L’Ordine e il Matrimonio sono sacramenti “sociali” e sono donati per il servizio e la salvezza altrui; ma con il servizio agli altri, contribuiscono anche alla santità e salvezza personale. Essi danno a coloro che sono stati già consacrati con il Battesimo e la Confermazione per vivere il sacerdozio comune dei fedeli, anche una consacrazione e missione particolare: chi riceve il sacramento dell’Ordine riceve il sacerdozio ministeriale per pascere la Chiesa in nome di Cristo; i coniugi cristiani con il matrimonio sono consacrati per vivere santamente loro unione e il loro servizio alla vita(CCC 1535).

L’unico sacerdozio di Cristo, sorgente di ogni sacerdozio

Il sacerdozio dell’Antica Alleanza era trasmesso per generazione tra i figli di Aronne, era provvisorio e ha trovato il compimento in Gesù, “unico mediatore tra Dio e gli uomini” e unico sommo sacerdote, con l’unico sacrificio della croce. Per gli ebrei, Gesù non era sacerdote, perché non era discendente di Aronne. Cristo ha fatto della Chiesa “un Regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,6). Tutta la comunità dei credenti è sacerdotale (CCC 1546). Il sacerdozio dei fedeli e il sacerdozio dei vescovi e dei presbiteri partecipano all’unico sacerdozio di Cristo, ma sono essenzialmente diversi tra loro.

Il sacerdozio battesimale dei fedeli sviluppa la grazia battesimale, per vivere una vita di fede, di speranza e di carità e quindi di santità e partecipare alla missione di salvezza di Cristo, secondo la propria vocazione.

Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio battesimale. Il sacerdozio di Cristo è la sorgente del sacerdozio dei suoi ministri, che rendono presente sugli altari l’unico sacrificio della Croce. (CCC 1544-45). Per mezzo dei sacerdoti Cristo continua a santificare e guidare la Chiesa (CCC 15479. Quando i sacerdoti esercitano il loro ministero, Cristo stesso agisce per mezzo loro. Dice S. Agostino: «Malgrado la moltitudine dei ministri, santi o peccatori, che battezzano, la santità del Battesimo è da attribuirsi unicamente a Cristo. Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza». La presenza di Cristo non toglie purtroppo la debolezza umana, gli errori o anche il peccato dei ministri; ci sono stati e ci saranno sempre ministri santi e ministri indegni, ma il sacramento è sempre valido, perché è sempre Cristo che agisce anche con un ministro indegno. (CCC 1550-1551).

I tre gradi del sacramento dell’Ordine

L’Ordine sacro, istituito da Cristo, comporta tre gradi: episcopato, presbiterato e diaconato (CCC 1536). Ogni grado è conferito mediante un rito chiamato ordinazione o consacrazione, che conferisce il dono particolare dello Spirito Santo per esercitare una “potestà sacra”, a nome di Cristo. Il rito è costituito, per tutti e tre i gradi, dall’imposizione delle mani del vescovo, sul capo dell’ordinando e da una preghiera consacratoria che domanda a Dio l’effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni necessari al ministero per il quale il candidato viene ordinato (CCC 1573). La salvezza, opera di Cristo, è da lui affidata agli Apostoli e da essi ai loro successori. Il sacerdozio ministeriale non solo opera a nome di Cristo nell’assemblea dei fedeli, ma agisce anche “a nome di tutta la Chiesa” quando presenta a Dio la preghiera della Chiesa e quando offre il sacrificio eucaristico (CCC 1552; SC 33). É sempre Cristo che prega e si offre insieme al suo corpo mistico per mezzo dei ministri, che sono perciò chiamati ministri di Cristo e della Chiesa. (CCC 1553).

Cristo continua a chiamare alcuni credenti per farli suoi ministri: “Dammi le tue mani per continuare a benedire, le tue labbra per continuare a parlare, il tuo corpo per continuare a soffrire, il tuo cuore per continuare ad amare gli uomini, miei fratelli». Il sacerdozio è un dono da accogliere con fede; è un bene comune, che i cristiani devono chiedere continuamente a Dio, perché mandi operai alla sua messe, e susciti nella Chiesa numerose e sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. I chiamati ringraziano Dio per averli eletti a un così grande ministero: essere suoi amici e mettere la vita al servizio del Vangelo e chiedono la grazia di rispondere con generosità e con gioia a tale vocazione.

L’unico presbiterio intorno al vescovo

L’episcopato è stato trasmesso dagli Apostoli ai loro collaboratori e da questi ai loro successori (CCC 1554-5-6). Esso è il primo grado e conferisce la pienezza dell’Ordine sacro, con il potere di santificare, insegnare e governare la Chiesa. Da esso dipendono gli altri due gradi.

I vescovi, in quanto successori degli Apostoli e membri del Collegio, hanno parte alla responsabilità apostolica e alla missione di tutta la Chiesa sotto l’autorità del Papa, successore di san Pietro.

I presbiteri sono consacrati dal vescovo, per predicare il Vangelo e celebrare il culto divino; dipendono dal vescovo nel loro ministero e formano con lui un unico presbiterio, ne condividono funzioni e sollecitudini, lo rappresentano nelle comunità locali e sono uniti tra loro da intima fraternità. La promessa di obbedienza e il bacio di pace al vescovo nel momento dell’ordinazione significano che essi gli devono obbedienza e che il vescovo li considera suoi intimi collaboratori, figli e fratelli(CCC 1567).

I Presbiteri svolgono il loro specifico ministero nella celebrazione dei sacramenti e principalmente dell’Eucaristia, nell’annuncio del Vangelo e nel guidare i battezzati alla santità. Essi, agendo in persona di Cristo, uniscono le preghiere e i sacrifici dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e offrono al Padre il sacrificio di Cristo e del suo corpo mistico. Da questo unico sacrificio trae la sua forza tutto il loro ministero sacerdotale. Essi rendono così presente in seno alla comunità cristiana Cristo Sacerdote, Profeta e Pastore della sua Chiesa.

Il diaconato permanente, già fiorente nelle prime comunità cristiane e sempre conservato nelle Chiese d’Oriente, è stato ripristinato nella Chiesa latina dal Concilio Vat. II, (CCC 1569 -71). I diaconi non sono consacrati per il sacerdozio, ma per il servizio che viene rafforzato con un sacramento (LG 29). Il diaconato può essere conferito anche a uomini sposati e costituisce un importante arricchimento per la missione della Chiesa. Compete ai diaconi assistere il vescovo e i presbiteri nella celebrazione dei divini misteri, soprattutto dell’Eucaristia, distribuirla, benedire il matrimonio, proclamare il Vangelo, presiedere ai funerali e dedicarsi ai vari servizi della carità. Hanno come modello Cristo, fatto servo di tutti. Data la scarsità dei presbiteri, le vocazioni al diaconato di uomini sposati sono un grande dono di Dio e una ricchezza per la chiesa.

Può riceve l’Ordine sacro il battezzato di sesso maschile, secondo l’esempio di Gesù che ha scelto solo uomini come Apostoli e l’esempio degli Apostoli che hanno fatto la stessa cosa nello scegliere i loro successori (CCC 1578). Tutti i ministri ordinati della Chiesa latina, ad eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra uomini che intendono vivere da celibi e consacrarsi con cuore indiviso al Signore e alle “sue cose”, donandosi interamente a Dio e agli uomini. Nelle Chiese Orientali, i vescovi sono sempre scelti fra persone celibi, mentre i diaconi e presbiteri possono essere anche cristiani sposati. (CCC 1579-80).

Come per il Battesimo e la Cresima, l’Ordine sacro viene conferito una volta sola in ciascuno dei tre gradi, perché imprime un segno, un “carattere indelebile”, che li configura a Cristo per sempre (CCC 1582).

Un soggetto ordinato validamente può essere dispensato dagli obblighi e dalle funzioni connessi all’ordinazione o gli può essere proibito di esercitarli, per gravi motivi, ma non può più ridiventare laico in senso stretto, poiché il carattere impresso dall’ordinazione rimane per sempre.

La grazia dello Spirito Santo

L’Ordine sacro configura a Cristo Sacerdote, per questo chi lo riceve è detto anche un altro Cristo e riceve la grazia necessaria per imitare il servizio del Signore. Il dono spirituale dato dall’ordinazione è espresso bene da questa preghiera del rito bizantino:“Signore, riempi di Spirito Santo colui che ti sei degnato di elevare alla dignità sacerdotale, affinché sia degno di stare irreprensibile davanti al tuo altare, di annunciare il Vangelo del tuo Regno, di compiere il ministero della tua parola di verità, di offrirti doni e sacrifici spirituali, di rinnovare il tuo popolo mediante il lavacro della rigenerazione (CCC 1587).

Dinanzi alla grandezza della grazia del sacerdozio, i santi e maestri spirituali hanno scritto pagine stupende, come S. Ignazio di Antiochia:  “Tutti rispettino i diaconi come lo stesso Gesù Cristo, il vescovo come l’immagine del Padre e i presbiteri come il senato di Dio e come il collegio apostolico: senza di loro non c’è Chiesa” (Ep. ad Tral. 3, 1). S. Gregorio Nazianzeno scrive: “Il sacerdote deve cominciare col purificare se stesso prima di purificare gli altri; deve essere istruito per poter istruire, deve divenire luce per illuminare, avvicinarsi a Dio per avvicinare a lui gli altri, deve santificarsi per santificare. Il santo Curato d’Ars: “Il sacerdote continua l’opera di redenzione sulla terra. Se si comprendesse bene il sacerdote qui in terra, si morirebbe non di spavento, ma di amore” (CCC 1589).

Conclusione

I cristiani devono pregare per avere da Dio nuove vocazioni e devono anche favorirle; devono anche pregare per la santificazione dei sacerdoti, devono stare loro vicini, collaborare, amare, incoraggiare i sacerdoti nella loro grande ma difficile vocazione e missione.

Oggi purtroppo le vocazioni sono sempre più scarse e insufficienti. É un grave danno per la chiesa; ma può essere una grazia se i laici riscoprono la loro vocazione, missione e responsabilità nella chiesa.

La chiesa non è solo dei sacerdoti: la chiesa è della chiesa, cioè di tutti i battezzati. I sacerdoti fanno del tutto per aiutare i laici a capire e vivere questa responsabilità? I laici cristiani ne sono pienamente consapevoli?

P. Alberto Pierangioli

28/11/2010 |

1- IL SACRAMENTO DELL’ORDINE SACRO

2- IL SANTO CURATO D’ARS E L’ANNO SACERDOTALE

28/11/2010 |

21 novembre2010, Festa di Cristo Re dell’Universo, l’ultima  domenica dell’anno cristiano, ci sono state le Consacrazioni Solenni a Gesù Crocifisso di quattro sorelle della Fraternità di Giulianova.  Lorella e Tiziana  hanno emesso la Promessa solenne di Amore a Gesù Crocifisso per la prima volta, Giulia e Maria hanno deciso di confermare la loro adesione a questo cammino di fede e di amore, impegnandosi a seguire la Spiritualità Passionista. (leggi di più…)

27/11/2010 |
24/11/2010 |

Il 13 novembre 2010 la Fraternità degli Amici di Gesù Crocifisso di San Nicolò a Tordino, periferia di Teramo,  ha avuto 11 nuovi consacrati, 5 rinnovi e una perpetua, mentre tre AGC avevano rinnovato la consacrazione a Roma il 30 settembre, davanti all’urna di S, Paolo della Croce. Per me, che ho rinnovato la consacrazione, è stata una giornata di grande grazia e grande gioia. (leggi di più…)

23/11/2010 |
10/11/2010 |
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