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- 19 maggio Giulianova – INCONTRO del CONSIGLIO ESECUTIVO A.G.C. con i COORDINATORI, VICE COORDINATORI, SEGRETARI e ASSISTENTI SPIRITUALI
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- Gli A.G.C. sul sito della Diocesi di Fermo
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Padre Alberto
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Piera
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Cfr. Familiaris Consortio, CCC nn. 1643-1651
La comunione matrimoniale, dono dello Spirito
Con il battesimo ogni uomo e donna fa parte dell’alleanza sponsale di Cristo con la chiesa, che è il suo corpo mistico. Con il sacramento del matrimonio anche la comunione di vita e di amore degli sposi fa parte, come coppia, dell’amore sponsale del Cristo. Gli sposi sono uniti in modo indissolubile tra loro e con Cristo; la loro unione rappresenta l’unione del Figlio di Dio con la natura umana e con la Chiesa. Come ogni sacramento il matrimonio è via alla salvezza. L’amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona: richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà. Esso conduce non solo all’unione in una sola carne, ma anche a essere un cuor solo e un’anima sola.
Lo Spirito santo effuso dal sacramento offre agli sposi cristiani il dono di una nuova comunione d’amore, che è immagine viva e reale di quella unità, che fa della Chiesa il corpo mistico di Cristo. Lo Spirito opera perché i coniugi crescano ogni giorno verso un’unione sempre più piena a tutti i livelli – dei corpi, dei caratteri, dei cuori, delle intelligenze, delle volontà e delle anime -, rivelando così a tutti la nuova comunione d’amore dono della grazia di Cristo.
La famiglia che ne nasce, fondata sull’amore, è una comunità di persone: dell’uomo e della donna sposi, dei genitori e dei figli, dei parenti. Suo primo compito è vivere fedelmente la comunione d’amore: senza l’amore la famiglia non può vivere, crescere e perfezionarsi, essere una comunità di persone.
Gli sposi cristiani sono chiamati a crescere continuamente nella loro unione con l’unità, un solo uomo e una sola donna, con la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale, con l’indissolubilità, per sempre. La comunione coniugale affonda le sue radici nella complementarietà naturale che esiste tra l’uomo e la donna e si alimenta con la volontà degli sposi di condividere l’intero progetto di vita, ciò che sono e ciò che hanno. É il frutto e il segno di un’esigenza profondamente umana. Ma Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica, la eleva, e la perfeziona col sacramento del matrimonio. La chiesa riafferma con forza la verità di questi valori a quanti ritengono impossibile legarsi ad una persona per tutta la vita e a quanti seguono una cultura che rifiuta e deride questi valori. Dio vuole e dona un’unione indissolubile come frutto, segno ed esigenza dell’amore fedele che Dio ha per l’uomo e che Gesù vive verso la sua Chiesa. Cristo con il sacramento del matrimonio offre un “cuore nuovo” ai coniugi per superare la “durezza del cuore” (Mt 19,8) e condividere l’amore pieno di Cristo. Questa verità, non sempre chiarissima, deve portare a vedere il matrimonio non soltanto come frutto della libera scelta dell’uomo ma anche come “vocazione” da Dio, “segno e testimonianza” del suo amore fedele (cfr. CCC 1647), obbedienza alla sua volontà: “Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”, ha detto il Signore (Mt 19,6).
Esistono tuttavia situazioni in cui la coabitazione matrimoniale diventa praticamente impossibile. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della coabitazione. I coniugi non cessano però di essere marito e moglie davanti a Dio; non sono liberi di contrarre una nuova unione. In questa difficile situazione, la soluzione migliore sarebbe, se possibile, la riconciliazione. La comunità cristiana è chiamata a sostenere le persone che hanno sperimentato il fallimento del matrimonio, ad aiutarli a vivere cristianamente la loro situazione, nella fedeltà al vincolo del loro matrimonio che resta indissolubile (F.C. 83; CJC, 1151-1155]. I separati fanno parte della Chiesa, vanno accolti con carità ed aiutati, per quanto è possibile, a trasmettere la fede ai propri figli.
Oggi molti cattolici ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa non può riconoscere come valida la nuova unione, se era valido il primo matrimonio, per la fedeltà alla parola chiara di Gesù: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,11-12). I divorziati risposati civilmente o che semplicemente convivono con altra persona, si trovano in una situazione che contrasta con la legge di Dio. Perciò non possono ricevere la Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe uffici ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo e si impegnano a vivere la nuova situazione in una completa continenza.
Sacerdoti e fedeli devono dare prova di grande sollecitudine nei confronti dei cristiani che vivono in queste situazioni e che spesso conservano la fede e desiderano educare cristianamente i figli, aiutandoli a non sentirsi separati dalla Chiesa, alla vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati: siano aiutati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare la Messa, a perseverare nella preghiera, a partecipare alle opere di carità e alle iniziative in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare così, di giorno in giorno, la grazia e il perdono di Dio [F. C. 84].
I pastori devono anche discernere le varie situazioni. C’è, infatti, differenza tra quanti si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati dal coniuge e quanti per loro colpa hanno distrutto un matrimonio valido.
La comunione matrimoniale ha in sé qualcosa di così intimo e profondo che non si può ridurre solo all’aspetto sessuale e affettivo ma abbraccia tutta la persona nella sua relazione, nei suoi progetti, nel cuore, nell’intelligenza e nella volontà. L’esperienza umana e psicologica ci dice che quando ci si innamora di una persona la si vorrebbe per sempre. Sono le caratteristiche di ogni amore coniugale naturale, ma con un significato cristiano nuovo che non solo le purifica e le consolida, ma le eleva al punto di farne valori propriamente cristiani.
Unione coniugale: è unità, fedeltà, indissolubilità, apertura alla vita
La chiesa loda e incoraggia le coppie che, in mezzo a tante difficoltà, conservano il bene dell’unità, della fedeltà, dell’indissolubilità e dell’apertura alla vita, assolvono la missione loro affidata da Dio di essere un “segno” prezioso della fedeltà con cui Dio e Gesù Cristo amano ogni uomo e tutti gli uomini.
Essa riconosce anche il valore della testimonianza di quei coniugi che, abbandonati dal partner, con la forza della fede e della speranza cristiana, rimangono fedeli alla promessa fatta davanti a Dio. Grazie a Dio, abbiamo più di un esempio nei nostri gruppi.
Dai valori perenni ai problemi attuali del matrimonio
I valori cristiani del matrimonio sono frutto di un amore vero: amare per sempre la persona scelta, amare solo lei, generare insieme dei figli, come frutto di amore, con paternità e maternità responsabile, educandoli ai valori della vita cristiana. L’apertura alla vita è oggi un messaggio controcorrente per l’egoismo imperante, ma senza questa apertura il matrimonio cristiano non esiste più perché rinuncia a collaborare con Dio nella creazione di nuove vite ed impedisce al matrimonio di godere di uno dei suoi beni più grandi (CCC 1652).
Questa collaborazione non si esplicita solo con la procreazione ma anche con l’educazione: trasmettere “i valori e la fede” è il primo compito della famiglia, è donare la vita spirituale, il mistero dell’amore di Dio per noi (CCC 1653). Il genitore diventa “testimone” perché sa rendere ragione della speranza che sostiene la sua vita (1 Pt 3,15). Ecco perché l’apertura alla vita non passa solo attraverso la generazione dei figli ma passa anche attraverso l’accoglienza, la carità (CCC 1654), l’affido e l’adozione. Essa si approfondisce mediante la fede comune e l’Eucaristia ricevuta insieme.
Il divorzio è contrario alla verità dell’amore coniugale (cfr. CCC 1650), come l’aborto è la negazione della gioia della trasmissione della vita, condannato gravemente dalla Chiesa (CJC 1398).
Contro questa cultura di morte è importante l’impegno degli sposi cristiani e il sostegno della pastorale familiare della chiesa che richiede che non si frequenti solo il corso di preparazione al matrimonio, ma che le coppie siano sempre seguite e le stesse famiglie si colleghino tra loro per sostenersi nel cammino della vita e della fede.
La chiesa professa la sua fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso i suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal coniuge legittimo. Essa crede che anche quanti si sono allontanati dalla legge di Dio, possano ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, perseverando nella fede e nella penitenza.
Conclusione
Legarsi per tutta la vita ad un essere umano, può essere difficile (CCC 1648) ma è un “dono di Dio” da approfondire, difendere e “ravvivare continuamente” (2 Timoteo 1,5-6).
“Ravvivare” significa riaccendere, come si fa per il fuoco sotto la cenere: non trascurare la Parola, la preghiera, la confessione, l’eucaristia (cfr. CCC 1644) e anche cercare l’appoggio della comunità cristiana (CCC 1648).
Questo “ravvivare” è affidato all’impegno e alla responsabilità della coppia, ma è anzitutto frutto della grazia, che è dono di Dio. Come a dire che è Dio stesso a ravvivare il suo dono. A noi è chiesto di non stancarci e di invocarlo continuamente nella preghiera: “Signore, accresci in noi la fede”! (Luca 17,5).
P. Alberto Pierangioli











