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Carissimi AGC, ora sta provando a nevicare anche a Morrovalle. Domenica... [vai alla discussione]
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3 novembre
Un fiore di Romagna
I Santi sono come i fiori, ci sono le rose che fanno bella mostra di sé, a maggio, nei giardini e sulle terrazze; ci sono le violette nascoste che fanno sentire il loro soave odore. Uno di questi è il beato Pio Campidelli.
E’ il terzo di cinque figli; nasce in Romagna, a Trebbio di Poggio Berni, il 29 aprile 1869, con il nome di Luigi, chiamato poi familiarmente Gigino. Il battesimo lo riceve lo stesso giorno in cui è venuto alla luce. I genitori Giuseppe Campidelli e Filomena Belpani sono contadini. E’ una famiglia tranquilla dedita al lavoro dei campi, timorata di Dio. Con loro vive anche lo zio Michele, detto “Bertoldo”, al quale ogni tanto scappa qualche bestemmia. Gigino rabbrividisce al sentirlo e prega per lui; anche in convento pregherà spesso per “zio Bertoldo” e il Signore gli darà la gioia di sapere che lo zio non bestemmia più.
Partecipa alle feste del raccolto; va con la famiglia a messa la domenica, e parla con la mamma della predica che hanno appena ascoltato. A 5 anni fa la cresima e a 10 la prima comunione. È un ragazzo come gli altri, ma buono. Prega molto, per tutti, per il babbo morto quando Gigino aveva sei anni. Va a messa tutti i giorni, facendo cinque chilometri a piedi; tornato a casa, fa catechismo ai compagni. Qualcuno lo critica giudicandolo troppo bigotto, i più lo apprezzano e lo tengono in grande stima. Soprattutto la mamma si occupa di queste buone inclinazioni, lo sostiene e chiede consiglio al fratello Don Filippo. Si mostrano contenti e stanno a vedere.
Intanto arrivano in paese per le missioni i passionisti dal vicino Santuario della Madonna di Casale presso S. Arcangelo. Gigino ha 10 anni, va ad ascoltarli insieme alla mamma e ne rimane attratto. Una voce interiore gli dice dentro che deve diventare passionista e lui aderisce con gioia. Confida il suo desiderio al superiore, ma purtroppo le sue richieste non possono essere accettate prima di 14 anni.
Il due maggio 1882 parte per il convento; il 27 dello stesso mese veste l’abito religioso. Solo sei mesi resterà lontano dalla sua terra come novizio a San Eutizio di Soriano al Cimino. Tornerà poi a Casale per gli studi ginnasiali e teologici in preparazione al sacerdozio. È un novizio e uno studente modello, si fa apprezzare per il suo profondo raccoglimento, la sua modestia, l’obbedienza, la compostezza esterna ed interiore. È molto devoto della Madonna.
Purtroppo, per lui che è gracile di costituzione, nel 1888 compaiono i primi sintomi della tubercolosi, che lo porterà a morte. È la malattia di tanti giovani santi del tempo. Pio accetta di morire con docile obbedienza alla volontà di Dio, “offrendo la propria vita per la chiesa, per il Papa, per la congregazione, per i peccatori, per la sua diletta Romagna”.
Saluta la mamma che va a trovarlo, con queste semplici parole: “Coraggio, mamma! Ci rivedremo in paradiso!”. Muore in un a estasi di amore il 2 novembre 1889, a 21 anni e mezzo. Il 17 novembre 1985 Giovanni Paolo II° con una cerimonia trasmessa in mondovisione lo ha dichiarato beato e dice di lui:
“Nell’anno internazionale della gioventù è elevato alla gloria degli altari fratel Pio di San Luigi, un giovane che, come “sale saporoso”, ha dato la vita per la sua terra, per il suo popolo. Fratel Pio ha trovato il valore fondamentale della sua vita religiosa proprio nel dono di se stesso. Questo tratto essenziale della sua fisionomia interiore apparve ai testimoni specialmente nel momento della morte, quando, con piena conoscenza della sua prossima consumazione si andava offrendo a compiere perfettamente il suo sacrificio per uniformarsi alla volontà del suo Dio. Fin da fanciullo aveva percepito l’attrazione alla preghiera, alla liturgia, all’istruzione religiosa e, sostenuto dal buon esempio della famiglia, vi aveva aderito con entusiasmo. Entrato nella Congregazione dei Passionisti, vi trovò il clima favorevole per sviluppare l’aspirazione dominante di vivere in unione con Dio nell’intimo di sé e per prepararsi a coinvolgere gli altri in questa esperienza appassionante nell’esercizio del ministero sacerdotale. Al sacerdozio, però, non poté arrivare perché Dio lo chiamò a sé all’età di 21 anni. Nel voto particolare dei Passionisti di fare continua memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù, egli seppe coinvolgere totalmente la propria vita, realizzando così la missione della vocazione specifica della sua famiglia religiosa. Proveniva da gente povera, aveva salute fragile, intelligenza normale; ma non ritenne sfortuna, né sentì come una frustrazione la sua povertà e il suo limite; realizzò, invece, il massimo di sé. Così fu vero «sale della terra» per quanti lo conobbero da vivo, e «sale» continua ad essere per quanti avvicinano la luminosa testimonianza del suo esempio”.
E’ la vera santità del quotidiano. La santità straordinaria di una vita ordinaria.
Francesco Valori
http://vangelodelgiorno.org/main.php?language=IT&module=saintfeast&id=857&fd=0
http://digilander.libero.it/santuariocasale/beato_pio_campidelli.htm
Il fratello della volontà di Dio
I santi possono sembrare tutti uguali, ma poi non ce n’è uno uguale all’altro. Anche Isidoro offre la sua vita al Signore in sacrificio e scrive ai suoi: “Io vi ho lasciati per vivere solo per il Signore e lavorare molto per la salvezza della mia anima, della vostra e di quella di molti altri”.
Lo si può definire il contadino santo.
Nasce a Vrasene (Belgio) il 18 aprile 1881 da una famiglia di contadini. È fortunato due volte; primo perché i suoi genitori si distinguono per la pietà, la dirittura morale e una condotta irreprensibile. Secondo perché “l’agricoltura è stata creata dall’Altissimo” (Sir. 7,15) e il lavoro dei campi è a Lui gradito. Anche in convento si dedicherà con passione al lavoro dei campi e scriverà: “lavorare e piantare nell’orto mi va meravigliosa mente bene “.
È un giovane robusto, attivo e socievole; aiuta la famiglia lavorando in campagna e d’inverno con lo zio come operaio nell’impresa di pavimentazione delle strade; canta nel coro della parrocchia ed è anche catechista. Partecipa assiduamente alla vita della parrocchia, è iscritto alla “Pia unione per la via Crucis settimanale” e ama meditare la passione di Gesù. Intanto matura l’idea di essere religioso. Un sacerdote redentorista lo indirizza verso i passionisti, per il suo amore a Gesù Crocifisso. Nell’aprile del 1907, a 26 anni, entra nel noviziato passionista di Ere come religioso fratello.
Soffre molto per il distacco dalla famiglia e patisce il disagio, lui che parla fiammingo, di dover parlare il francese, la lingua ufficiale in convento. L’otto settembre 1907 veste l’abito passionista e un anno dopo emette la professione religiosa.
È felice della sua vocazione. Scrive ai genitori: “Qui siamo tutti uguali, dal superiore al più piccolo; tutti a una medesima tavola, ad una medesima preghiera, a un medesimo riposo, a una medesima ricreazione. Tutti insieme al lavoro, secondo la condizione di ciascuno. Ci si rende qui vicendevole servizio “.
La sua vita non cambia di molto; abituato in famiglia ad essere apostolo continua ad esserlo anche in convento. “Compiendo tutto per la gloria di Dio, scrive, io collaboro alla conversione dei peccatori e a diffondere la devozione alla passione di Gesù e ai dolori di Maria. Mentre i sacerdoti vanno a predicare, noi fratelli lavoriamo per la comunità; anche il lavoro più insignificante diviene meritorio per Dio e la nostra salvezza. Non anelo, né desidero altro che sacrificarmi interamente per la salvezza delle anime “. Umiltà e pazienza sono le sue virtù. Il lavoro, dice scherzosamente, mi fa bene. Così quando viene il diavolo e mi trova occupato, si convince che non ha niente da sperare con me… e non gli resta che andarsene.
La sua vita è una continua ricerca della volontà di Dio; su di essa tesse la sua giornata e in essa trova pace e serenità, in un continuo rendimento di grazie. Alla vigilia dei voti scrive: “Io sto per fare la mia professione, unicamente per fare la volontà di Dio “. Lo chiamano “il fratello buono, il fratello della volontà di Dio, l’incarnazione della regola passionista”.
Vive una rigida povertà e scrive: “Non possiedo molte cose; ho solo un crocifisso, un rasoio, un temperino, un lapis; però non so come farvi comprendere la grande contentezza che mi riempie vedendomi libero da tutto, perché il mio cuore non ami che Gesù “.
Non manca la sofferenza fisica. Nel giugno del 1911, per una cancrena, gli viene asportato l’occhio destro. Sopporta tutto con grande forza, tanto che il medico che lo opera esclama: “Quest’uomo deve essere un santo”. Egli scrive: “Mi sono confessato e nella Comunione ho offerto a Dio il mio occhio per l’espiazione dei miei peccati, per il vostro bene spirituale e materiale e secondo molte altre intenzioni. Mi sono abbandonato agevolmente alla volontà di Dio, senza rattristarmi “.
Il male continua il suo corso. Compare un cancro all’intestino e il medico avverte il superiore delle conseguenze fatali della malattia. Il superiore consapevolizza Isidoro, il quale accoglie questa notizia con la serenità abituale. Subisce dolorose operazioni. Esclama: “Dobbiamo accettare le nostre sofferenze in unione con Gesù, che è per noi modello di abbandono alla volontà del Padre “. I familiari non potranno stare sempre con lui ad assisterlo, perché viene loro impedito dai tedeschi che hanno occupato il Belgio. Siamo in piena 1° guerra mondiale. Muore nell’ottobre del 1916, a 35 anni.
L’umile e silenzioso fratello passionista diventerà una delle figure più amate e popolari del Belgio. Giovanni Paolo II lo ha dichiarato beato il 30 settembre 1984.
Francesco Valori
Il serafino di Maria: S. Gabriele dell’Addolorata
27 febbraio
Le due esistenze di Gigino Campidelli e di Checchino Possenti rientrano nel concetto di vita breve. Quella di Gigino è stata però più lineare, quasi un crescendo, mentre quella Checchino possiamo suddividerla in due periodi: il primo, fino ai 18 anni, si può dire normale; il secondo, una corsa verso la santità.
Francesco Possenti nasce ad Assisi (PG) il 1° marzo 1838, undicesimo di tredici figli. Il padre Sante è governatore pontificio, la mamma Agnese Frisciotti è una nobildonna di Civitanova Marche, che purtroppo muore a 42 anni lasciando Francesco ancora bambino. La famiglia è costretta a numerosi trasferimenti a causa del lavoro del padre con sradicamenti che certamente causano disagio.
Nel 1841 Sante è nominato assessore di Spoleto. La famiglia è di grado sociale elevato ed e timorata di Dio. Ogni sera si recita il rosario. Non mancano le sofferenze. Dei tredici figli ne rimangono solo otto. Questo però non basta a fiaccare l’indole vivace e gioiosa di Francesco. A tredici anni inizia gli studi liceali tra i Gesuiti. È studente brillante; riesce in tutto ma soprattutto nelle materie letterarie. Consegue premi e riconoscimenti. Veste elegantemente, è spigliato e spiritoso. Mette in caricatura i suoi compagni di studio.
Ama le feste e il ballo, ma si mantiene buono. Si racconta che abbia inseguito minacciosamente un suo amico per non si sa quale brutta proposta gli abbia fatto. Per ottenere la grazia di guarire da una grave affezione alla gola, promette di chiudersi in convento e qualche tentativo l’ha anche fatto. Ma l’attrazione per la vita spensierata e i richiami del mondo l’hanno sempre sviato. Nemmeno papà Sante era tanto contento. Una vita apparentemente esemplare che concilia garbatamente il mondo e Dio.
Ma non è così. Chi non guadagna con me disperde, dice il Signore, e i talenti non si possono sotterrare senza colpa. Quante volte si sente dire: “Io non ho bisogno di andare in chiesa, o di partecipare a nessun gruppo. Non faccio del male a nessuno, faccio con coscienza il mio lavoro”. Ma non c’è santità senza progetto, frutto di una decisione.Francesco la decisione la prese il 22 agosto 1856, quando la Madonna dall’immagine portata in processione gli disse: “Cecchino cosa stai a fare nel mondo? La vita religiosa ti aspetta”.
La Vergine, alla cui devozione era stato educato in famiglia, lo accompagnerà sempre. Si chiamerà Gabriele dell’Addolorata, in onore di Maria. Essa sarà il segreto del rapido guadagno spirituale in soli sei anni, il che farà dire al suo compagno di noviziato, il B. Bernardo Silvestrelli: “Questo ragazzo ci ha rubato il passo”. È un assioma della mariologia monfortana: Maria è la via più breve per arrivare a Gesù.
Sa Gabriele è conosciuto proprio per il suo amore straordinario a Maria Addolorata, “il suo Paradiso”. Il cognome preso nel vestire l’abito religioso diventa un programma di vita. Gabriele ha imparato a contemplare la passione di Gesù nel cuore addolorato di Maria e a contemplare i dolori di Maria nel cuore trafitto di Cristo. Come aveva fatto il voto di amare e fare amare Gesù Crocifisso, così fa il voto di amare e fare amare Maria Addolorata. L’amore di Gabriele a Maria Addolorata fu amore concreto. Aveva promesso di non dire mai di no quando gli fosse fatta una richiesta per amore di Maria. Nelle prove e tentazioni ripeteva: “Non vorrai vincerti per amore di Maria?”. Era l’arma che gli faceva superare tutte le difficoltà.
A questo Gabriele aggiunge una intensa vita di preghiera e una lotta accanita verso ogni forma di peccato. Si racconta spesso l’episodio in cui Gabriele apposta con ansia il suo direttore, il ven. P. Norberto Cassinelli e lo supplica di dirgli se vede in lui qualche peccato, perché dice: “lo voglio strappare da me ad ogni costo” e accompagna con forte gesto della mano la sua intenzione.
La sua corsa verso la santità non la fa pesare; è sempre sereno e gioioso. Da Morrovalle scriveva al padre: “La mia vita è un continuo godere. La gioia che provo dentro questa casa è quasi indicibile”. Eppure la sua vita fu una continua prova: ma quando c’è l’amore, anche la croce diventa gioia.
Dov’è il segreto della sua santità? “Che cosa ha fatto di straordinario?”, si chiedevano i suoi confratelli, di fronte a tanti miracoli. Diceva il suo santo direttore: “Gabriele ha lavorato con il cuore”. Ha detto sempre sì a Dio, è il santo del quotidiano, il santo delle piccole cose.
Accetta serenamente la sua malattia, la tubercolosi, che avrà ragione di lui a 24 anni. Muore in una estasi di paradiso, pregando: “Mamma mia, fa presto”. È il 27 febbraio 1862, al sorgere del sole, confortato dalla visione della Madonna che aveva tanto amato. Il resto è storia attuale, a tutti nota.
Francesco Valori
La prima laica passionista santa
Anche se siamo tutti convinti che la santità sia uno stato normale di grazia e che non necessariamente i santi devono essere persone eccezionali, è pur vero che nella vita di alcuni di essi risulta lampante che il Signore li ha colmati di grazie speciali, che se li è scelti per essere immacolati al suo cospetto. Questa è l’impressione che si ha leggendo la vita di S. Gemma Galgani. Non manca nulla! Gesù l’attrae fin dalla tenera età con un amore appassionato; a lui si oppone l’antico nemico dell’uomo, il demonio, e anche l’ottusità degli uomini, perfino di quelli incaricati della sua guida spirituale.
Nasce a Borgonuovo di Capannori (LU) il 12 marzo 1878 da Enrico, farmacista e da Aurelia Landi. A quattro anni già sa leggere. A cinque se la cava bene con il breviario per l’ufficio della Madonna e dei defunti in latino. Più tardi dirà, sempre in latino, le lodi insieme a “confratel Gabriele”, che le appare spesso, le dona il suo”segno” e la chiama: ”sorella mia”.
Frequenta le scuole presso le Zitine di Lucca dove la famiglia si è trasferita. Chiede spesso a mamma Aurelia di parlarle di Gesù, soprattutto della sua passione. Il racconto della passione lo ascolta dalla mamma ormai minata dalla tubercolosi polmonare, ma Gesù pian piano la fa diventare passione vivente.
A sette anni, il giorno della Cresima, il Signore le chiede un gran sacrificio. Scrive: “Feci la Cresima piangendo perché chi mi accompagnava volle ascoltare la Santa Messa e io temevo sempre che la mamma andasse via senza portare anche me. Tutto ad un tratto una voce al cuore mi disse: La vuoi dare a me la mamma? Sì, risposi, ma se prendete anche me. No, mi ripeté la solita voce; tu ora devi rimanere col babbo; la condurrò in cielo sai! Fui costretta a rispondere di sì”. A distanza di un anno la signora Aurelia muore.
A nove anni riceve la prima comunione dopo averla insistentemente chiesta a Mons. Giovanni Volpi, sua guida spirituale insieme al venerabile p. Germano Ruoppolo passionista.
Nel 1897 muore il padre Enrico. A quei tempi non c’era la cassa mutua e per i farmacisti, specie per quelli di cuore buono, non andava come adesso. Lascia debiti, i creditori si fanno avanti e la povera Gemma conosce la miseria e l’umiliazione. Accolta a Camaiore da una zia materna, l’aiuta nel negozio di mercerie. Sarà poi ospite della famiglia Giannini di Lucca fino alla sua morte.
Lei ha deciso di “essere sposa di un re crocifisso, tutta e solo di Gesù”. Bussa a tanti monasteri, specialmente a quello delle Passioniste. Ma non viene accolta, per la sua malferma salute e per i fenomeni mistici che avvenivano nella sua vita. Dirà alle passioniste: “Non mi volete da viva, mi avrete da morta”.
La sua vita è segnata dalla sofferenza fisica e morale, da lutti familiari, da ristrettezze economiche.
I segni della predilezione di Gesù sono molti: estasi, locuzioni interiori, apparizioni. Lei non ha soldi per affrancare le lettere, ma penserà l’angelo custode a recapitarle al p. Germano. I medici incapaci di vedere più in là del loro naso, giudicano inautentiche le sue manifestazioni mistiche; persino Mons. Volpi, a motivo di certi suoi atteggiamenti un po’ infantili, la giudica un po’ “scemetta”.
A tutto ciò risponde il demonio con altrettante attenzioni: le appare sotto le spoglie del fattore di casa Giannini, la picchia, la ostacola, le sottrae il diario che però dovrà riconsegnare, anche se bruciacchiato.
E’ una vera innamorata di Gesù Crocifisso, che nel 1899 le fa il dono delle stimmate e ogni settimana, dal giovedì pomeriggio al venerdì sera rinnova nel suo corpo verginale tutti i misteri e le sofferenze della sua passione. Lei esclama: “O Gesù, io sono il frutto della tua passione, sono un germoglio delle tue piaghe. Non basta aver la croce sotto gli occhi, o averla addosso; bisogna averla nel mezzo del cuore. O Gesù, mi fai bere la Passione fino all’ultima goccia; dammela un poco per volta”.
Dall’amore per il suo sposo crocefisso trae la forza per offrire le sue sofferenze per la salvezza dei peccatori. Prega: “O Gesù, voglio salvare tutti i peccatori. Sfogati con me. Di peccatori ne hai tanti, ma di vittime ne hai poche”.
Nel 1896 subisce una dolorosissima operazione al piede per carie ossea. A quell’epoca non c’era l’anestesia come abbiamo oggi. Nel 1899 viene operata per ascesso al rene e le sono applicate una dozzina di bottoni di fuoco lungo la spina dorsale! Compare poi un ascesso alla testa. Da cui guarisce miracolosamente.
Gemma muore a 24 anni l’undici aprile 1903, dopo una Settimana Santa trascorsa sulla croce, mentre le campane del sabato santo suonavano la gloria del Cristo Risorto. Viene canonizzata da Pio XII nel 1940.
In questo anno ricorre il primo centenario della morte di S. Gemma. La sua vita e la sua missione eroica la rendono più che mai attuale e vicina a noi. È un modello di santità per tutti, specialmente per tanti fedeli laici, chiamati a santificarsi nel quotidiano, portando con amore la croce d’ogni giorno. E’ un fulgido esempio di laica passionista e giustamente viene considerata la patrona del MLP.
Francesco Valori
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SANTA MARIA GORETTI: MARTIRE DELLA PUREZZA
“Dio sempre provvede!”
Terza di 5 fratelli, passa la fanciullezza come tutti gli altri bambini. E’ educata cristianamente in una famiglia povera ma ricca di serenità e di pace, insieme agli altri figli. La mamma stessa insegna ai piccoli le preghiere. Maria approfitta degli insegnamenti per trasmetterli ai fratellini. La chiamano Marietta, ragazzina di indole buona e docile, accettata e benvoluta da tutti.
Purtroppo un giorno il proprietario del podere di Pregiagna di Corinaldo preavvisa i Goretti che alla scadenza non avrebbe rinnovato il contratto di mezzadria. S’immagini la situazione: la famiglia Goretti, sei persone, genitori e 4 figli sarebbero rimasti senza lavoro e senza tetto. Luigi, il papà buono, non si scoraggia e rassicura subito: “Dio sempre provvede!”. Nell’ottobre 1897, Luigi e Assunta con i figli partono da Corinaldo per Paliano (Fr). Si stabiliscono in località Colle Gianturco. E qui poco dopo giungono Giovanni e Alessandro Serenelli, padre e figlio, anch’essi marchigiani e si associano ai Goretti. La domenica si recano a messa in paese o a s. Procolo, in una chiesetta non molto distante dal convento dei Passionisti. Proprio un sacerdote passionista vi celebra la messa, così mamma Assunta ha occasione di conoscere i Passionisti, che un giorno avranno tanta parte nella glorificazione della sua Marietta.
Sembra procedere tutto normale, invece nel febbraio 1899 si arriva ad un improvviso “guasto per colpa del Serenelli padre” che litiga forte col padrone, racconta mamma Assunta. Il padrone licenzia il Serenelli e la famiglia Goretti. In fretta e furia bisogna di nuovo risolvere il problema del lavoro; si recano nelle Paludi Pontine per chiedere lavoro al conte Attilio Mazzoleni, che risponde: “Venite anche subito. Lassù avete mangiato polenta e pane di granturco; qui mangerete pane di grano”. Avrebbero trovato pure una grande casa in muratura ed un contratto a mezzadria. Mettono insieme la poca roba e partono per la “cascina antica”, a Le Ferriere, vicino Nettuno. La “cascina antica” è il casolare riservato ai coloni che coltivano il grosso podere delle Paludi Pontine. Marietta ha 9 anni. In questa zona vivrà la famiglia Goretti con i Serenelli sino al giorno della tragica fine della figlia.
La morte del papà
L’allegria chiassosa dei piccoli Goretti fa scoppiare di gioia il cuore dei genitori. La distesa dei campi di grano verde fa sperare un buon raccolto. Ma a fine aprile, Luigi avverte uno strano malessere. Pensa a una influenza di stagione. Si mette a letto. Ma il medico scopre che è malato di malaria, con polmonite e meningite. Luigi sta lottando contro la morte. Il parroco di Cisterna, portando i conforti religiosi, trova Maria e i fratellini a pregare per il babbo. “In quella occasione la vidi premurosa verso il padre e notai che invocava la Madonna per aiuto del padre stesso”. Luigi capisce che la morte è vicina e ripete: “Io muoio. Assunta; devi tornare al paese!”. Domenica 6 maggio 1900, Luigi, uomo laborioso, marito encomiabile, padre affettuoso e premuroso, convinto cristiano, cessa di vivere, ucciso dalla terribile malaria, sotto gli occhi dell’inconsolabile Assunta e tra le lacrime di Marietta e dei 4 fratellini. Viene portato al cimitero di Conca sopra un carro da lavoro, tirato dai buoi. Racconta Angelino, il figlio maggiore: “Montato sul carro, io custodivo la cassa per non farla cadere quando il carro sobbalzava; Marietta e i fratelli più piccoli seguivano tutti a piedi scalzi”. La nidiata è orfana del papà, l’avvenire si intravede tanto difficile.
Assunta coraggiosamente prende il posto del marito nel lavoro del terreno con i Serenelli. Marietta, decenne, deve pensare a governare la casa. Spiega la mamma: “A Ferriere, dopo il primo anno, morì mio marito ed io continuai la società col consenso del padrone, assumendomi il lavoro di mio marito e lasciando in casa, in mia vece, la piccola Maria per le faccende domestiche”. Principalmente deve “guardare i fratellini e le sorelline”.
“ Mamma, quando faccio la comunione io? “
Le preghiere e la recita di più rosari al giorno non bastano a Marietta. Desidera Gesù, vuole fare a tutti i costi la prima Comunione. Un giorno chiede : “Mamma, quando faccio la comunione io?”. Risposta: “Cuore mio, come la puoi fare, se non sai bene la dottrina? Non sai leggere, non ci sono soldi per farti il vestito, le scarpe, il velo; non hai un minuto di tempo libero, c’è sempre da fare…”. Niente la trattiene: “Mamma, ma così non la faccio mai! A Conca c’è sora Elvira che sa leggere. C’è pure don Alfredo che viene la domenica. Sbrigo la faccende e così mi lasci andare a Conca”. Marietta insieme col fratello Angelo comincia a recarsi quasi ogni giorno a Conca per la preparazione alla Prima Comunione. E’ pronta.
L’incontro struggente con Gesù
Arriva il 16 giugno 1901. Marietta si prepara in modo perfetto al primo incontro con Gesù. Al vestito pensano delle buone donne. Con la splendida corona sul capo fatta coi fiori dei campi raccolti da lei stessa, sembra una piccola regina. Prima di uscire di casa chiede perdono alla mamma di ogni mancanza, così fa rivolgendosi anche ai Serenelli, padre e figlio, abbraccia e bacia i fratellini. Si confessa dal giovane sacerdote passionista, p. Basilio Morganti, che celebra la messa della Prima Comunione dei 15 fanciulli. Il sacerdote parla ai comunicandi di Gesù, che è buono, sempre vicino a chi lo sceglie come amico. Aggiunge che Gesù deve restare sempre nel loro cuore, mai offenderlo e allontanarlo col peccato, anche a costo della vita. Marietta sussurra: “O Gesù, piuttosto che offenderti, mi faccio ammazzare!”. Immediatamente, attesta Assunta, il pensiero vola al babbo defunto, “per il quale offre la Prima Comunione” e conclude: “Maria fece la Prima Comunione proprio come una santa!”. Con Gesù nel cuore è come trasognata, assapora il Paradiso. Non si sente più sola, non ha più paura di nulla, che ha iniziato a turbarla.
Amore verso la Madonna
E’ molto devota della Madonna, recita sempre il rosario e lo fa dire ai fratellini. Porta la corona quasi sempre in mano. In casa orna anche con i fiori l’immagine di Maria santissima. Segue l’esempio della mamma, che con lei si inginocchia e prega davanti alla Madonna Addolorata, a quella dell’Incancellata a Corinaldo e davanti alla Madonna delle Grazie a Nettuno.
Su proposta del cappellano dell’ospedale di Nettuno, p. Martino, la ragazza si iscrive all’associazione della “Figlie di Maria”. Le viene appesa al collo la medaglia benedetta, che lei non finisce di baciare. “Prima di morire, riferisce Laura Achilli, invocava spesso la Madonna e vedeva una bella Signora, come avrebbe detto una suora che l’assisteva”.
Il sacrificio supremo: “Dio non vuole!”
E’ il 5 luglio 1902 di un pomeriggio soffocante, si batte il favino. Alessandro torna al terzo assalto con determinazione. Maria è intenta a rattoppare sul pianerottolo proprio una sua camicia. Ecco come racconta lo sventurato giovane : “La invitai a venir dentro casa. Ella non rispose, né si mosse. Allora l’acciuffai quasi brutalmente per un braccio, e facendo essa resistenza, la trascinai dentro, essa intuì subito e mi diceva: “No, no! Dio non vuole! Se fai questo vai all’inferno!”. Io allora vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali voglie, andai su tutte le furie e preso il punteruolo, cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco…… “Che fai, Alessandro? Tu vai all’inferno!… Dio, Dio! Io muoio. Mamma! Mamma!”.
Sull’esempio di Gesù in croce, Marietta ha parole di perdono verso l’assassino, come attesta la sorella Teresina. Il parroco don Temistocle Signori le parla di perdono, dopo averle ricordato l’esempio di Gesù in croce. Marietta dolcemente risponde: “Sì, per amore di Gesù gli perdono e lo voglio con me in paradiso”. Poco dopo, alle ore 15,30 del 6 luglio 1902, angelicamente “spirò nel bacio del Signore”.
“Purissimo fiore”
La sua vita è stata tutta di Gesù, al quale si era offerta tutta nel giorno della Prima Comunione. Splende di tale bellezza interiore da far dire alla gente: “Assunta, che angelo di figliola avete voi!”. Fu subito definita “purissimo fiore”, “l’Agnese del secolo ventesimo”, “Giglio della palude”, “Giglio insanguinato” e, da Pio XII, “Giglio ammantato di porpora”. Senza dubbio, Maria Goretti raffigura la purezza illibata in tutta la sua bellezza interiore. Pio XII, beatificandola il 27 aprile 1947, la definisce “un’eroina, che sotto la stretta del ferro del suo uccisore, non pensa alla sua sofferenza, ma alla bruttezza del peccato, che risolutamente respinge, pronta a mescolare il suo sangue al sangue dell’Agnello”.
La canonizzazione, il 24 giugno 1950, Anno Santo, secondo il postulatore, P. Mauro passionista, “fu un trionfo grandioso e degno di eterna memoria. Si calcolarono a non meno di 300.000 le persone presenti alla straordinaria cerimonia”. Per il grande concorso di gente, per la prima volta la canonizzazione fu fatta in Piazza San Pietro. Il Papa la invoca: “Martire sulla terra e angelo del cielo, dalla tua gloria volgi lo sguardo su questo popolo che ti ama. In te trova rifugio la fanciullezza e la gioventù tutta, per il cammino della vita nella serenità dei puri di cuore”.
Mamma Assunta, per disposizione testamentaria, dona il corpo della Santa ai Passionisti, che lo custodiscono amorosamente e ne curano il culto nel Santuario di Nettuno.
P. Mario D’Ippolito
http://www.santamariagoretti.it/
http://www.santuarionettuno.it/
I santi sono autentici imitatori di Cristo e san Carlo Houben fu uno di questi. Così ne parla -Pierluigi di Eugenio: “Passò benedicendo, risanando e perdonando. Sempre pronto ed affabile. Povero tra i poveri, fece della sua vita un dono ai sofferenti. Tutto di Dio, tutto del prossimo. I bisognosi nell’anima e nel corpo non lo lasciavano riposare neppure un attimo. Profondamente affezionato alla famiglia e alla patria, lavorò per più di quarant’anni lontano dall’una e dall’altra, trovando nei sofferenti i propri fratelli e nella terra d’Irlanda la sua patria”.
Giovanni Andrea nasce a Munstergeleene in Olanda, l’il dicembre 1829, quarto di dieci figli, in una famiglia benestante. Cresce in sapienza, età e grazia. Il fratello Giuseppe dirà di lui: “Conosceva solo due strade, quella della chiesa e quella della scuola”. Conosce i Passio-nisti, da poco portati in Olanda dal B. Domenico Barberi e a 24 anni, il 5 novembre 1845, entra in noviziato ad Ere in Belgio e veste l’abito col nome di Carlo. Durante il noviziato è irreprensibile. Questa è la testimonianza di un suo compagno:
“Mi sentivo molto edificato davanti alla sua grande santità. Era esemplare, pieno di fede e di pietà, esatto, osservante delle regole, semplice, amabile e di carattere dolce. La sua pietà e la sua naturale allegria gli guadagnarono la stima e l’affetto di tutti”. Il 21 dicembre del 1850 viene ordinato sacerdote. Nel 1852 è inviato in Inghilterra dove i Passionisti erano da dieci anni. Lavorò con grande entusiasmo, così da divenire un “Apostolo dell’Ecumenismo”, adoperandosi per il bene delle anime e per l’unità dei cristiani.
Si stabilisce prima ad Aston Hall, in Inghilterra; dove si prodiga a favore degli immigrati irlandesi che svolgono il duro lavoro delle miniere. Questa esperienza sarà utile nella sua successiva permanenza in Manda. Si dona tutto a loro, s’interessa dei loro problemi, della loro salute. Conforta, aiuta, guarisce, mentre continua a lavorare per la congregazione e per la chiesa.
Nel 1857 è trasferito in Manda, a Dublino / Mount Argus, dove i Passionisti si sono da poco insediati. Si deve costruire il convento e le chiesa, Padre Carlo si rivela provvidenziale. Il popolo irlandese, che lo ha visto al suo fianco con tanta sollecitudine, si mostra generoso. Si costruisce il convento e una bella chiesa, dedicata a San Paolo della Croce. P. Carlo, senza saperlo, prepara il suo santuario.
Carlo non sarà mai un grande predicatore, soprattutto per la difficoltà della lingua, ma passa ore e ore al confessionale. A questo ministero della Riconciliazione padre Houben dedicò le sue doti e forze migliori, riportando nel sacramento della Penitenza innumerevoli fedeli a riconciliarsi con Dio e con gli altri uomini. Assiste i moribondi, benedice i malati con la reliquia di san Paolo della Croce, accompagnando la benedizione con commoventi preghiere composte da lui stesso. Ha la fama di taumaturgo. Ogni giorno circa trecento persone, provenienti da tutte le parti dell’Manda, dall’Inghilterra, dalla Scozia e perfino dall’America accorrevano a lui, attratte dalla fama della sua santità. Trovavano un cuore disponibile e tenero. Medici ed infermieri di Dublino, di fronte a casi disperati, consigliavano di chiamare padre Carlo. E Carlo accorreva nelle case e negli ospedali, portando spesso il dono di una guarigione insperata e sempre un sorso di serenità. Con amore preparava i moribondi al grande passo, inginocchiato in preghiera vicino al loro letto. Portava sempre in mano un crocifisso per ricordare continuamente la Passione di Gesù. Lo chiamavano il ‘Santo di Mount Argus’; di lui si può dire quello che si dice di Gesù: “passò facendo del bene a tutti”. Per farlo riposare un po’, i superiori più volte gli fanno cambiare convento, ma poi devono riportarlo a Dublino.
In comunità era esemplare, pieno di fede e di pietà, semplice ed affabile. Nonostante le occupazioni, passa lungo tempo in adorazione davanti al tabernacolo. Lo trovano spesso in estasi, specialmente durante la messa. A volte l’inserviente è costretto a scuoterlo perché prosegua nella celebrazione.
Negli ultimi anni della sua vita soffre molto per una cancrena ad una gamba e altri mali. Sopporta tutto con pazienza, seguitando a svolgere il suo apostolato. Ogni giorno continua a salire e scendere una scala di 59 gradini, anche un centinaio di volte, per ricevere e benedire le persone che vengono a lui.
Muore serenamente il 5 gennaio 1893. Per cinque giorni, prima della sepoltura, riceve onoranze funebri dovute ad un re, con gente proveniente da tutta l’Irlanda. È stato detto il san Pio da Pietrelcina del suo tempo. Giovanni Paolo II l’ha elevato agli onori degli altari come “beato” il 16 ottobre 1988, mentre Benedetto XVI lo dichiara “santo” il 3 giugno 2007. La festa religiosa è al 5 gennaio.
(Cfr. Pierluigi Di Eugenio: Sotto la Croce appassionatamente”, II ed. San Gabriele).
Francesco Valori
Mistico della Passione
19 ottobre
Amore doloroso, dolore amoroso e gioia
La Passione di Gesù è per san Paolo della Croce “il miracolo dei miracoli del Divino Amore”. “Al santo premeva molto – osserva Martin Bialas – spiegare che nella contemplazione di Cristo crocifisso, l’anima non recepisce l’amore e il dolore come due effetti indipendenti fra loro, ma l’amore è impregnato di dolore e il dolore di amore”. Ecco come compendia questa dottrina in una lettera alla Gandolfi nel 1743: “L’amore è virtù unitiva e fa proprie le pene dell’Amato Bene. Se vi sentite tutta penetrata di dentro e di fuori dalle pene dello Sposo, fate festa; ma vi posso dire che questa festa si fa nella fornace del Divino Amore, perché il fuoco che penetra fin nelle midolla delle ossa trasforma l’amante nell’amato, e mischiandosi con alto modo l’amore col dolore, il dolore con l’amore, si fa un misto amoroso e doloroso, ma tanto unito che non si distingue né l’amore dal dolore né il dolore dall’amore, tanto che l’anima amante gioisce nel suo dolore e fa festa nel suo doloroso amore” (LII, 440).
In questo brano appare sia il richiamarsi dialettico dell’amore e del dolore, sia l’unità dell’amante con l’amato, sia ancora l’unione di tutto questo con la festa e la gioia. Esso ci introduce nel senso che ha per Paolo l’invito ad andare oltre le immagini nel far memoria della Passione… Si tratta di penetrare nel mistero della croce che è al tempo stesso umiliazione e gloria, via e meta. A volte Dio, per suo dono, infonde nelle anime le pene della Passione di Gesù “in nuda fede”. E allora che si entra ancor più profondamente in questo ¿nistero di amore e di dolore. Chiudiamo con un luminoso brano che il Fondatore scrive al caro discepolo P. Giammaria Cioni nel 1756. In esso è evidente il legame fra la dottrina della Passione e la definizione che san Giovanni dà di Dio come carità:
“Il punto che lei non capisce, di farsi sue per opera di amore le pene santissime del dolce Gesù, glielo farà capire sua Divina Maestà quando le piacerà. Questo è un lavoro tutto divino; l’anima tutta immersa nell’amore puro, senza immagini, in purissima e nuda fede, in un momento si trova pure immersa nel mare delle pene del Salvatore ed in un’occhiata di fede le intende tutte, senza intendere, poiché la Passione di Gesù è opera tutta di amore; e stando l’anima tutta perduta in Dio che è carità, che è tutt’amore, si fa un misto d’amore e di dolore, poiché lo spirito ne resta tutto penetrato e sta tutto immerso in un amore doloroso e in un dolore amoroso: È opera di Dio!”
Il principe dei desolati
Così Paolo della Croce è stato definito dagli studiosi. Tanto Rosa Calabresi quanto P. Giammaria Cioni parlano di cinquant’anni di desolazione di Paolo. Lo stesso Paolo affermava qualcosa di simile quando diceva: “Per quanto mi ricordo da cinquant’anni non ho passato un solo giorno senza sofferenze. Si legge di certe anime che sono state nel crogiuolo cinque, dieci o quindici anni, quanto a me io non posso pensare a quanto ho sofferto; ne fremo”. Al discepolo e confessore P. Giammaria Cioni scrive espressioni assai drammatiche intorno allo stato in cui lui si trova: “Le devo domandar perdono se qualche volta scrivo qualche parola secca, malsonante; poiché mi creda che sono in uno stato deplorabilissimo e Dio guardi tutto il mondo da tale stato; ma giustamente soffro queste cose… Vi sono giorni, e sono quasi tutti, che non so come fare a soffrire me stesso; eppure mi sforzo, e con gran fatica, a soffrire gli altri, ma sempre manco; onde perdoni questo povero uomo” (L III, 1812).
Padre Bretón fa profonde considerazioni intorno al “nudo patire” di cui Paolo parla spesso, un patire privo di qualsiasi consolazione. Non si tratta di una sofferenza proveniente da calunnie o persecuzioni, ma dal rapporto con Dio che patisce violenza. Altre volte è sommerso dal peso delle colpe che vede in se stesso. A sentir lui, egli meriterebbe la morte per le sue gravi infedeltà. Vorrebbe essere sotto i piedi dei demoni come se li superasse in malizia. Al limite estremo, egli sperimenta un non senso generalizzato che spegne le ragioni per vivere e fiacca l’agire, un non senso che lo terrorizza per come gli appare in contrasto con Dio autore della vita. Da questo nudo patire sgorgano in lui gli insegnamenti che egli dà ad altre anime, dopo averne sperimentato in se stesso la validità: “Non desideri alcun conforto, ma il puro beneplacito di Dio. Se ne stia in quel nudo patire in sacro silenzio di fede e non si lamenti né di dentro né di fuori. Al più faccia qualche gemito da bambina, ad esempio di Gesù Cristo nell’orto: “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt 11,26). Seguiti poi a stare in silenzio di fede e si lasci martirizzare dal santo amore, giacché il suo stato presente è un prezioso martirio d’amore, che si fa dal santo amore con povertà e nudità di spirito, sempre accompagnate dalle spade di angustie e di abbandonameli” (L III, 806-807). “Tale sacro martirio produce nell’anima due mirabili effetti: uno è di purificarla da ogni neo di imperfezione come fa il fuoco del purgatorio. Il secondo è di arricchire l’anima di virtù, massime di pazienza, di mansuetudine, di alta rassegnazione alla divina volontà, con profonda cognizione del proprio orribile nulla. In tal forma l’anima, tutta inabitata nel suo niente, patisce e tace e lascia sparire il suo niente in Dio e gode di patire e tacere” (L 111,816).
Partecipe della Passione di Cristo
Il messaggio centrale della vita e della predicazione di Paolo è questo: si vive per partecipare alla Passione di Gesù e così entrare nella sua stessa gloria. Paolo della Croce, però, è ben cosciente della forza che hanno i meccanismi dell’io per accaparrare e strumentalizzare tutto, non esclusi gli stessi doni che Dio dà perché si faccia un cammino di fede. “La nostra guasta natura – scrive ai suoi religiosi – diviene ladra dei doni di Dio, cosa al sommo pericolosa e perniciosa” (L IV, 226). Scrivendo alla signora Marianna Girelli, nel 1768. Paolo esprime meravigliosamente l’esperienza spirituale che lui stesso ha fatto:
“Bisogna morire misticamente a tutto; il non sentire le inclinazioni naturali e i moti delle passioni, che non muoiono mai sinché non moriamo noi, non è cosa di questo tempo, ma bisogna aspettare con pazienza la visita del Sovrano Padrone… E se le inclinazioni naturali e i moti delle passioni non muoiono del tutto, restano però talmente mortificati che non sono di impedimento alla quiete sopradolcissima della santa contemplazione e si cominciano a provare gli effetti di quella santa morte mistica che è più preziosa della vita, poiché l’anima vive in Dio una vita deifica” (L III, 756). Alcuni si illudono di partecipare alla Passione di Gesù con una pietà sentimentale e con belle parole. Paolo sa che alla Passione di Gesù ci si unisce soltanto attraverso la nostra propria passione: umiliazioni, sofferenze, maldicenze e calunnie. La sofferenza ha essenzialmente questa funzione nell’economia della salvezza: permetterci di unire la nostra vita con la vita di Gesù. Come la vita di Gesù è essenzialmente mistero, così lo è la vita di ogni cristiano. Questo viene espresso molto bene da una composizione poetica di Paolo diretta alla Grazi nell’anno 1743:
Nella croce il sant’Amore Perfeziona l’alma amante, Quando fervida e costante Gli consacra tutto il cuore.
Oh se io sapessi dire Quel tesoro alto e divino Che il gran Dio Uno e Trino Ha riposto nel patire! Ma perché è un grand’arcano All’amante sol scoperto Io che non sono esperto Sol l’ammiro da lontano.
Fortunato è quel cuore Che sta in croce abbandonato. Nelle braccia dell ‘Amato Brucia sol di sant’Amore. Ancor più è avventurato Chi nel suo nudo patire Senza ombra di gioire Sta in Cristo trasformato.
Oh felice chi patisce Senza attacco al suo patire, Ma sol vuol a sé morire Per più amar chi lo ferisce!
Io ti do questa lezione Dalla croce di Gesù, Ma l’imparerai tu più Nella santa orazione. Amen
Sono versi semplici e popolari, ma pieni di sapienza mistica, nata dall’esperienza interiore. Stando sulla croce, Paolo insegna la via della croce. Gli studiosi moderni hanno messo in rilievo l’importanza della partecipazione alla Passione per Paolo, collegandola ai notevoli studi recenti fatti sulla filosofia e teologia della partecipazione.
P. Adolfo Lippi
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Lodi della Festa di San Paolo della Croce
Vespri della Festa di San Paolo della Croce
UNA CHIAMATA ALLA SANTITA’
24 settembre
La chiamata alla santità è universale, è per tutti, fin dall’eternità, cioè fin dal seno materno. E’ una chiamata alla vita e alla salvezza. In questo breve sunto della vita di S. Vincenzo Maria Strambi, non si ricercheranno i segni della chiamata divina, che pure ci sono stati, ma piuttosto il fulgido esempio di risposta all’azione della grazia.
Nato a Civitavecchia il 1 gennaio 1745 dal farmacista Giuseppe e da Eleonora Gori il giovane avrebbe potuto aderire ai progetti del padre e usufruire dei vantaggi di una famiglia agiata. Ma la santità consiste in una risposta radicale, totale, assoluta.
Il senso comune, il fare quello che fanno tutti non si addice ai santi; ci vuole innanzi tutto l’abnegazione, il rinnegamento della propria natura, della propria volontà per uniformarla a quella di Cristo Signore.
Vincenzo sceglie il sacerdozio ed è ordinato il 29 dicembre 1767. Con questo non si vuol dire che lo stato laicale sia una condizione inferiore di santità, ma sicuramente diversa. Magari i laici fossero tutti santi e lo stesso possa dirsi dei sacerdoti e dei religiosi!
Ma il suo desiderio di donarsi a Cristo non si fermò al sacerdozio. Volle diventare religioso, chiedendo di entrare prima tra i padri della Missione e successivamente tra i Cappuccini. Finché incontrò Paolo della Croce e restò conquistato dalla sua personalità e santità; nel 1768 fu accolto tra i Passionisti dallo stesso Paolo. Ma per vincere l’opposizione del padre, dovette fuggire di casa.
Il padre scrisse a S. Paolo della Croce, chiedendogli di comandare a Vincenzo di tornare in famiglia. Il Fondatore rispose con una lettera altrettanto chiara e decisa, facendo una profezia: “Si dovrebbe sommamente rallegrare nel vedere che il Signore sceglie il suo figlio per farlo un gran Santo”. Fu facile profeta.
Vincenzo non lasciò di negoziare i propri talenti naturali. Era dotato di vivace intelligenza, unita a grande senso pratico; a soli 21 anni aveva ricevuto dal Vescovo di Montefiascone l’incarico di prefetto del seminario e a 22, non ancora sacerdote, era stato nominato rettore del seminario di Bagnoregio.
Fu un’abile predicatore popolare, tenne esercizi spirituali al clero e predicò in varie chiese di Roma. Fu eminente direttore spirituale e fra i suoi figli annovera vari santi, tra cui S. Gaspare del Bufalo. Nella Congregazione ha ricoperto gli incarichi di insegnante di teologia, di superiore, di provinciale e di consultore generale; fu stimato da tutti e specialmente da S. Paolo della Croce. Vero passionista, fu devotissimo del preziosissimo Sangue di Cristo: scrisse il primo libro sul mese di luglio dedicato al Sangue di Gesù.
Altra caratteristica della santità è la perseveranza. Padre Vincenzo che aveva sognato la quiete dei ritiri passionisti, nel 1801 viene nominato da Pio VII vescovo di Macerata e Tolentino. E un pastore solerte. Sopporta con dignità e pazienza l’esilio a cui è condannato da Napoleone dal 1808 al 1814, per la sua fedeltà al Papa. Ma non si burocratizza, non indulge al formalismo. Non dimentica i malati, e soprattutto ascolta il clamore dei poveri. “I poveri, diceva, urlano, urlano”. Una vita spesa fin dall’inizio per la Chiesa, i fedeli e per il Papa. Nel 1823 Leone XII lo vuole nella sua residenza come suo consigliere e come suo confessore. Ma lo Strambi vuole imitare Cristo fino in fondo e offre la sua vita per la salute del suo Pontefice e viene esaudito: il Papa guarisce e lui muore all’improvviso.
Francesco Valori
Dalle lettere di direzione spirituale di S. V. M. Strambi
Umiltà, umiltà, umiltà. Oh preziosa virtù, quanti tesori ci porti e ci conservi! Quanti nuovi stimoli Dio mette al cuore, perché l’amiamo senza alcuna riserva.
Oh quanto piace a Dio che abbiamo un concetto altissimo della sua bontà e che camminiamo in vera semplicità di cuore. Camminiamo in una umiltà generosa; prendiamo nuove forze dalla speranza, che ottiene quanto spera. Il santo amore sia l’anima di tutta la vita interiore. Oh amore, oh amore, tu formi il paradiso in terra!
-1 nostri cari amici ci precedono e se ne vanno al cielo; e noi che facciamo in questo esilio? L’unica consolazione nel restare in questa terra è fare la santissima volontà di Dio. Con umiltà pacifica e generosa cerchiamo di unirci sempre più strettamente a Dio e incominciare così la vita beata del cielo.
Conservi il suo cuore in gran pace. Proceda con Dio alla buona: non esamini troppo se stessa. Il nostro Dio è buono, è buono e non bada a certe minuzie, di cui alcune anime fanno troppo caso.
Vorrei che il suo esercizio più frequente fosse l’amore di Dio: la scuola per accendersi di questo amore è il Monte Calvario, santificato dalla grande effusione del preziosissimo Sangue di Gesù.












